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L'editoriale di TerzaRepubblica

Arriva la tempesta economica

L’ITALIA – ALLE PRESE CON L’AGONIA DI MELONI E L’INCONSISTENZA DEL DUO SCHLEIN-CONTE – NON SA COME METTERSI AL RIPARO

di Enrico Cisnetto - 25 aprile 2026

Siamo al surreale. Nemmeno fosse tratta da un’opera di Eugène Ionesco o di Albert Camus, la trama della politica italiana quando incrocia la dura realtà dell’economia attinge ai toni dell’assurdo. Giorgia Meloni impreca perché non è riuscita ad uscire dalla procedura europea d’infrazione per deficit eccessivo per via di una manciata di denari (circa 700 milioni, un decimo di punto di pil, avendo chiuso il 2025 al 3,1% anziché al 2,95% richiesto per rispettare il parametro Ue del 3%), dandone la colpa alla coda del superbonus, all’Istat e a Bruxelles, e bofonchiando contro il pessimismo del ministro Giorgetti. Peccato che, nell’ordine, la presidente del Consiglio omette di ricordare: il suo impegno per estendere e prorogare il provvedimento elargitorio che fu di Conte (uniti dal medesimo approccio populista); di aver scelto lei gli attuali vertici dell’Istat, accusati di sbagliare i calcoli sulla crescita del prodotto nazionale (se fra qualche tempo ci accorgeremo che il denominatore del rapporto deficit-pil è più alto o il numeratore più basso di quanto ora indicato, nel frattempo ci saremo giocati la possibilità di fare spesa aggiuntiva per la difesa pari a 12 miliardi in tre anni attivando la clausola di salvaguardia che permette di escludere quegli investimenti dalla spesa pubblica netta); di aver approvato e sottoscritto il nuovo patto di stabilità Ue e le regole che comporta, su cui il suo vice Salvini sputa veleno un giorno sì e l’altro pure. Quanto a Giorgetti, reo di aver detto la verità circa la situazione congiunturale che viviamo e soprattutto di aver messo le mani avanti rispetto ai drammatici problemi che la crisi geopolitica mondiale rischia di procurarci, Meloni non ha trovato di meglio, in pieno consiglio dei ministri mentre il titolare dell’Economia stava parlando, di attingere al suo lessico stile Garbatella traducendo una frase che poteva suonare all’incirca “suvvia, Giancarlo, un po’ di ottimismo” – e che sarebbe stata comunque inappropriata, visto il momento – in un’inascoltabile “a’ Gianca’, se fossi omo me gratterei”.

Non meno surreale, purtroppo, è apparsa la reazione delle opposizioni, visto che proprio le forze che imputano al governo il deficit eccessivo che non ci ha consentito di uscire dalla procedura d’infrazione sono quelle che, obbedendo a logiche populiste, hanno contribuito a produrre il disastro dei conti pubblici con la bonus economy (il superbonus è solo la punta dell’iceberg), e che alla Meloni hanno rinfacciato, unendo le loro voci a quella di Landini, di aver praticato una “politica di austerità”, perché affetta dalla sindrome dello spread e perché più attenta ai voti delle agenzie di rating che agli interessi dei lavoratori.

Così, il combinato disposto tra politiche espansive (360 miliardi tra bonus edilizi e Pnrr) e contenimento del deficit agendo solo sul lato della spesa anziché su quello della crescita, ha generato un incremento del debito (dal 134,7% del 2024 al 137,1% del 2025 e al 138,6% previsto per quest’anno, che ci farà superare la Grecia come paese europeo più indebitato) a fronte di un andamento del pil che è rimasto e si prevede rimarrà (nello scenario al netto delle conseguenze della guerra in Iran) sotto l’1% di crescita (mezzo punto l’anno scorso, mentre Giorgetti ci ha appena informato che le previsioni di +0,6% per il 2026 e 2027 e di +0,8% per il 2028 e 2029 sono da considerarsi troppo favorevoli perché già superate dai fatti nonostante siano state appena formulate). Eccola, la vera questione: abbiamo speso male – trasformando quelli che dovevano essere investimenti in conto capitale in spesa corrente – e non abbiamo toccato, anzi, la spesa improduttiva, finendo per mettere poca benzina nel motore dello sviluppo, e per di più agendo sull’esistente anziché spingere sull’innovazione (poco e niente su trasformazione digitale e intelligenza artificiale, male sulla transizione). A ciò si aggiunga che non si è fatta alcuna riforma strutturale (giustizia, concorrenza) e quelle cui si messo mano hanno mostrato limiti (legge capitali).

 

Ma il teatro dell’assurdo non finisce qui. Infatti, è già partita una pièce in cui si tenta di scaricare sulle vicende mediorientali ogni responsabilità relativa al cattivo andamento dell’economia. Ma non è così, perché anche in campo energetico dove pure i primi problemi sono già emersi (l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette), le conseguenze del conflitto militare, di Hormuz come anche della folle guerra dei dazi orchestrata da Trump, sono in buona misura ancora tutte da esplodere. E gli effetti macroeconomici – ha ragione Giorgetti a temerlo – saranno gravi. I costi del petrolio e dei suoi derivati si trasferiranno sugli altri beni, generando un’inevitabile riduzione dei consumi (già bassi) e nello stesso tempo riaccendendo il fuoco sotto la pentola dell’inflazione. È la stagflazione, e se, come tutto fa temere, la Bce imboccherà la strada di un rialzo dei tassi (ora al 2%) per calmierare le aspettative sui prezzi, con ciò limitando o rendendo più caro l’accesso al credito, sarà ancora peggio. E il passo verso la recessione si rivelerà breve, considerato che la nostra manifattura (italiana ed europea) è già ora intrappolata nella doppia morsa di esportazioni minacciate dai dazi statunitensi e di importazioni altamente concorrenziali come quelle cinesi, spinte dai prezzi bassi e dalla sempre maggiore qualità e innovazione tecnologica.

Se ne avrà piena contezza in autunno, quando il governo dovrà predisporre l’ultima legge di bilancio della legislatura, quella che secondo la (pessima) prassi comune a destra e sinistra si considera la “manovra elettorale” per eccellenza. Questa cadrà nel bel mezzo di due guerre militari ed energetiche (Ucraina e Iran) e di altrettante guerre commerciali (con gli Stati Uniti e con la Cina), con il rubinetto del Pnrr ormai chiuso e avendo a che fare con la crisi petrolifera più grave di sempre, in mezzo, nel pieno di una corsa al riarmo che necessita di ingenti risorse pubbliche: sarà dura darle un senso, qualunque sia la metrica che si sceglierà di adottare. E se la metrica sarà quella di lasciarsi andare ad uno scostamento nei conti rispetto agli obiettivi concordati con la Commissione, sarà complicato spiegare agli italiani come mai si è rivelato vano lo sforzo fatto nei primi quattro anni di legislatura per raggiungere quegli obiettivi di bilancio.

Se poi, immaginando di salvare faccia e anima, si imboccherà la strada della contestazione a Bruxelles, accusando l’Unione di praticare la politica del rigore basata sulla stupida rigidità dei numeri – magari con il malcelato intento di tagliare le unghie a Vannacci, che dell’anti-europeismo farà la sua bandiera – sarà ancora peggio, visto che in quel caso, oltre a non aumentare neppure di un decimo di punto il pil, per Meloni si complicherebbe la già difficile operazione di occultamento della sciagurata stagione filo-trumpiana a favore di una narrazione di sé di convinta europeista. Sia chiaro, sussistono ottime ragioni per considerare ottuso un approccio ragionieristico che in un contesto planetario di assoluta gravità e pericolosità pretende che faccia differenza l’avere il deficit al 3,1% anziché un decimo di punto e mezzo in meno – tanto più se il trend dell’ultimo triennio è in calo – tuttavia, ci sono almeno tre valutazioni che occorre fare per capire se si ha la legittimità per agitare queste critiche. La prima riguarda il debito: chi lo ha pesante come il nostro, non ha proprio tutti i crismi per invocare più spesa. La seconda valutazione va fatta sulla credibilità politica: il profilo sovranista – esplicito ma anche malcelato e camuffato – fa a pugni con la dimensione della critica costruttiva. Infine, la terza e a mio avviso più importante considerazione: come si vogliono spendere i soldi che si reclama siano liberi dai vincoli comunitari? E quando dico “come”, non intendo solo per quale capitolo di spesa – oggi, a fronte dello storico ombrello protettivo americano che si va chiudendo sopra la nostra testa, spendere per la difesa è sacrosanto, con buona pace dei pacifisti, quelli sinceri e quelli a libro paga di Putin – ma anche e soprattutto “con quali criteri”. Perché le voci di spesa dei fondi del Next Generation Ue erano tutte okay, ma abbiamo visto che poi, nella pratica, l’Italia ha scelto di sbriciolare quelle risorse in mille rivoli, ottenendo effetti espansivi strutturali enormemente inferiori a quelli dovuti. Ergo, è bene che Roma eviti di fare la guerra a Bruxelles, non ne ha i titoli. E se vuole ottenere qualcosa, sarà bene che si spicci a chiudere le diverse partite aperte in sede comunitarie. Per esempio, a ratificare la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), abbandonando i tabù ideologici che hanno portato l’Italia ad essere l’unico paese a non averla ancora approvata.

Insomma, non ci sarà un euro da poter spendere e così svanirà l’idea di Meloni di poter concentrare nell’anno delle elezioni politiche tutto il suo potenziale nazional-populista, che in questi primi quattro anni di governo ha tenuto a bada – per fortuna – non perché convertita ai principi della sana gestione della finanza pubblica ma per inseguire il mito della longevità del proprio esecutivo, confondendo la stabilità con il tirare a campare, che sono due cose profondamente diverse. Ma se la maggioranza al cospetto degli italiani, che dovranno decidere se andare a votare prima ancora di definire per chi, si presenterà con le mani vuote – e non perché non avrà mance da elargire, salvo sconfessare quattro anni di meritevole attenzione ai conti, ma perché dovrà consuntivare che nel ciclo favorevole seguito alla pandemia, pur beneficiando di un mercato del lavoro in espansione, di tassi di interesse contenuti e di esportazioni spinte dal commercio mondiale in espansione, non ha saputo né far crescere il pil in termini quantitativi e qualitativi, né liberarsi di un po’ di zavorra del debito – non meno vuote saranno le mani di coloro che pretendono di subentrare a Meloni alla testa del governo del Paese. Impegnati a decidere se dovranno essere guidati da Elly Schlein, portatrice di una visione radicale dei problemi e della società che è l’opposto della dotazione culturale e politica che la situazione ad altissimo grado di complessità richiede, o dall’avvocato del popolo Giuseppe Conte, totalmente privo di un minimo ancoraggio intellettuale e dunque pronto a cavalcare qualsiasi avventura, i soci del “campo largo” non hanno nulla da dire di programmaticamente significativo. Salvo non s’intenda prendere per buona la fuffa di Conte – sospendere gli accordi sul riarmo, rivedere il Patto di stabilità Ue, prendere le risorse tassando i patrimoni e gli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi – e pensare su questa base prima di vincere le elezioni e poi di governare il Paese nella congiuntura più difficile dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

Per fortuna, di fronte all’agonia di Meloni e alla lotta di potere Schlein-Conte, la grande maggioranza degli italiani ha smesso di credere alle narrazioni, qualunque sia il loro segno politico. La questione delle questioni, dunque, è dar loro un’alternativa credibile. Immaginare un centrodestra demelonizzato o sognare una “sinistra Instagram” in salsa Salis non è la soluzione, sperare in un pareggio come risultato del voto è come auspicare che la Nazionale di calcio venga riammessa ai Mondiali per l’esclusione dell’Iran (deprimente e comunque esce al primo turno eliminatorio). Ci vuole qualcosa di più e di meglio. Ne parliamo prossimamente. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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