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L'editoriale di TerzaRepubblica

L'incertezza della politica italiana

LA POLITICA ITALIANA È DOMINATA DALL’INCERTEZZA. L’ALIMENTANO VANNACCI A DESTRA E LE PRIMARIE A SINISTRA. CON L’EUROPA ELETTA A ALIBI 

di Enrico Cisnetto - 30 maggio 2026

Consiglio agli “spiriti liberi” – e chi ha la pazienza di leggere queste mie note settimanali lo è per definizione, libero di spirito – un esercizio un po’ noioso ma utile. Prendete i giornali, o accostatevi alle trasmissioni televisive, dichiaratamente di destra e di sinistra. Nel primo caso troverete la descrizione del centro-sinistra, ribattezzato “campo stretto” quando non “camposanto”, come di un’alleanza artificiale, un cartello elettorale privo della minima coesione, che si era illuso, dopo l’esito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, di aver già la vittoria in tasca per le prossime elezioni politiche; illusione che i cittadini di Venezia hanno fatto rumorosamente cadere. Nel secondo caso, vedrete evidenziati i contrasti – specie su questioni di politica internazionale, come la posizione da prendere sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea – che gettano il centro-destra nel caos e rendono sempre più fragile la posizione di Giorgia Meloni; precarietà che i risultati delle elezioni amministrative confermerebbero.

La verità, invece, è che questa tornata ridà un po’ di fiato a Giorgia Meloni e al suo esecutivo, in pesante affanno dopo la sconfitta al referendum, per cui chi aveva dato per morta e sepolta la maggioranza è stato quantomeno frettoloso. Ma questa boccata d’ossigeno di certo non scioglie i tanti nodi irrisolti del centrodestra, alle prese soprattutto con l’incognita Vannacci (il caso Vigevano, dove la lista del generale in orbace ha preso il 14%, ha fatto scattare l’allarme), ma anche con il crescente nervosismo di Salvini (il suo no all’ingresso dell’Ucraina nella Ue è un’ipoteca gravissima sulla politica estera del governo, specie se Meloni la dovesse avvallare) e il tourbillon dentro Forza Italia messo in moto dal crescente protagonismo della famiglia Berlusconi. Tatticismi interni che frenano l’azione di governo, ormai focalizzata solo su due obiettivi: la longevità a tutti i costi dell’esecutivo, e una nuova legge elettorale.

Ragionamento speculare può esser fatto per il campo largo, che per vincere deve affidarsi a vecchi cacicchi come Vincenzo De Luca, eletto per la quinta volta sindaco della sua Salerno (si veda il pronostico di una sua alleanza con Conte in funzione anti-Schlein, emerso nella War Room di martedì 26 maggio,qui il link). E non bastano alcuni successi municipali per sciogliere i dubbi legati da un lato all’incapacità di Elly Schlein di far scelte vincenti sul territorio – il caso di Venezia è esemplare, con un candidato sindaco romanocentrico e la forzatura di una lista piena di persone di religione musulmana – e dall’altro alla pochezza dei 5 stelle nel voto che non sia spiccatamente politico, perché totalmente privi di classe dirigente. D’altronde nessuno dei grandi capi del progressismo nostrano ha messo mano al programma del centrosinistra né tantomeno ha chiarito come si arriverà alla scelta del candidato premier, e così la spinta emotiva data dal referendum di marzo si sia andata subito esaurendo.

Invece, su nessun media, schierato o meno che sia, troverete questi numeri, nonostante rappresentino l’indicazione più importante emersa dalle urne la settimana scorsa: su un totale di 6,6 milioni di cittadini aventi diritto al voto, sono rimasti a casa oltre 2 milioni e 600 mila elettori, pari al 40%, cioè 320 mila in meno rispetto alle precedenti amministrative. Dunque, pur trattandosi di elezioni comunali che comportano la tanto mitizzata elezione diretta dei sindaci (750 Comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia), gli astenuti sono cresciuti del 5%, a conferma di una disaffezione al voto crescente e ormai cronica.

Insomma, se i risultati di questo ultimo appuntamento elettorale prima delle politiche del 2027 hanno una qualche valenza nazionale, si tratta di un paio di conferme: l’incertezza che domina la scena politica per effetto di due debolezze che si scontrano, cosa che fa pensare al pareggio come risultato più probabile del prossimo grande match, e il dilagare della disaffezione, febbre che segnala la malattia comatosa del nostro sistema politico. E l’unico antidoto a cui si pensa è un nuovo sistema di voto (l’ennesimo) con superpremio di maggioranza e senza preferenze, che potrà anche risolvere (artificialmente) il problema della conta in Parlamento, ma non certo quello di dare al Paese un esecutivo capace di governare veramente, cosa impossibile potendo contare su una rappresentatività reale di un quarto o anche meno dell’intero corpo elettorale.

Lo so, niente di nuovo se tutto congiura al ribasso, dalla qualità della classe politica alla consistenza programmatica dei partiti, dalla partecipazione popolare alla politica (ormai pressoché inesistente) all’affluenza elettorale. Semmai c’è la conferma del meccanismo distorsivo con cui la politica vive, si presenta e viene rappresentata. Ma siamo dentro un passaggio troppo delicato della nostra storia – con sconvolgimenti geopolitici epocali che potrebbero travolgerci – per limitarci ad alzare le spalle. È mai possibile che l’unico atout politico di chi sta al governo si chiami opposizione e quello di chi ci vuole andare sia la pericolosità democratica della maggioranza, con ciò assegnandosi reciprocamente una rendita di posizione che nessuna verifica empirica delle rispettive posizioni giustificherebbe? Così si vota contro qualcuno e non per qualcosa, cosa che tiene a casa sempre più cittadini, indisponibili ad essere chiamati a scegliere tra coalizioni spurie che non hanno la minima idea di come governare l’Italia e di come stare al mondo (nel senso di quale posizione internazionale assumere). Se penso che anche un alfiere del bipolarismo e del sistema maggioritario come il mio amico Angelo Panebianco è quasi arrivato ad alzare le mani di fronte alla penosa deriva della nostra politica (lo ha fatto nella War Room già citata), vuol dir che la (mai nata) Seconda Repubblica è proprio a fine corsa.

D’altra parte, c’è poco da stare allegri se i temi centrali nei due fronti sono, da un lato, togliere spazio a quel fascistone putiniano di Vannacci, non per tenerlo fuori dal futuro centro-destra ma per ridurne la capacità di ricatto, e dall’altro, contendersi la leadership del campo largo scontrandosi sul fatto se fare, e se sì con quali modalità, le primarie, all’insegna di un quesito – è meno peggio il radicalismo ottuso di Schlein o il peloso pragmatismo di Conte? – che non scalda i cuori di nessuno.  Ed è terrificante come si prospetta la lunghissima (oltre un anno) campagna elettorale che incombe, all’insegna dello “scavalco populista”.

Se ne è avuta una prima evidenza con il discorso di Meloni all’assemblea di Confindustria. Noi ci arrovellavamo a cercare di capire da dove discenda il declino italiano, ed ecco trovata la responsabile: l’Europa. Se l’economia non cresce, se la desertificazione industriale inghiotte imprese e interi settori manifatturieri, se i salari sono da miseria, se la produttività è piatta da decenni, se le riforme strutturali non si fanno, la colpa è di Bruxelles e di quell’accolita di burocrati che la popolano. Mica dei governi che sono espressione di un sistema politico malato e rappresentano quote sempre più piccole della società, mica di un capitalismo che tenta di sopravvivere cercando sussidi, che ha perso il gusto del rischio e non conosce l’innovazione, e che ha dato delega ad un sistema di rappresentanza il cui unico orizzonte è la dimensione corporativa. No, la colpa è dell’Europa matrigna, alla quale non ci si fa scrupolo di sparare palle incatenate proprio nel momento che, orfana della solidarietà euroatlantica, è l’estremo baluardo della nostra libertà e del nostro benessere. Sia chiaro, l’Unione Europea è piena di difetti e segna ritardi imperdonabili, tanto che – giustamente – si invoca un sistema di “cooperazione rafforzata”, quello che Mario Draghi chiama “federalismo pragmatico, che metta insieme solo i paesi “volenterosi” che ci stanno a scrivere una nuova pagina comune, cominciando dal dotarsi di un sistema di deterrenza difensiva che non dipenda più dagli Stati Uniti. Ma non è certo gettandole la croce addosso che si può pensare di attraversare la stagione geopolitica più complicata dalla fine della Seconda guerra mondiale. Né tantomeno sono titolati a farlo quei leader, come Meloni, che hanno raggiunto il potere raccogliendo il consenso sulla base di parole d’ordine sovraniste e populiste, spingendosi fino a invocare l’uscita dall’euro a favore del ritorno della moneta nazionale, e poi una volta arrivati al governo si sono rimangiati tutto o quasi ma non fino al punto da ammettere gli errori e offrire ai cittadini una revisione seria delle proprie idee. Così è rimasta l’ambiguità della presidente del Consiglio – come nel caso del passaggio da detentrice di una “special relationship” con Trump a sua critica distaccata – la quale non paga né sul piano della credibilità politica né sul piano della rendita elettorale. Anche perché la Ue è sì da riformare e rilanciare, ma chi lo auspica deve avere il credito e il prestigio per mettere in moto quei processi – mettendosene alla testa – e non semplicemente reclamarli come fossero un diritto da ottenere (non si sa bene da chi, visto che l’Europa siamo tutti noi) per poi usare la rivendicazione come narrazione per oscurare le proprie responsabilità nel governo del Paese.

D’altro canto, da sinistra avete forse sentito levarsi una parola di biasimo per la sortita anti-europea di Meloni? O a favore dell’ingresso di Kiev nella Ue dopo il niet (qui il russo è appropriato) di Salvini e l’imbarazzo di Meloni che fatica persino a dirsi pienamente favorevole alla proposta light del cancelliere tedesco Merz (entri come “membro associato”)? Così come è assordante il silenzio ipocrita sull’intenzione di palazzo Chigi di accedere solo a un terzo dei fondi europei per la difesa (compagni, e ditelo che siete d’accordo, anzi che se fosse per voi non andrebbe speso neppure un centesimo). Potrebbero essere tutti cavalli di battaglia per mettere la destra all’angolo, invece che evocare il pericolo del fascismo (che notoriamente non è una base per mettere in piedi una politica di governo).

La verità è che le classi dirigenti di questo benedetto Paese – siano esse quelle politico-istituzionali o quelle economico-finanziarie, quelle delle élite culturali o della società civile diffusa – invocano il cambiamento ma non lo amano né tantomeno lo praticano, sono complessivamente prive di cultura di governo e sono abituate a usare tutte le declinazioni dei diritti ma non conoscono neppure l’abc dei doveri. E questo spiega perché, sia che governi la destra o la sinistra, il declino appare inarrestabile.

Ma nello stesso tempo, nel dna profondo del Paese c’è quella che Marco Follini ha definito “una sorta di istintiva diffidenza che induce gli elettori a non concedere quasi mai carta bianca, e magari a destinare al purgatorio politico le anime dei favoriti”. Ovviamente è forte la domanda di stabilità politica, di governabilità. Ma, ammonisce Follini, “quando quella domanda diventa troppo assertiva, quando veste i panni di una sorta di predestinazione, è fatale che l’opinione pubblica si giri da un’altra parte” E poiché “essa teme il trionfalismo più di quanto tema il garbuglio politico istituzionale, forse sotto sotto preferirebbe un mite pareggio a una troppo cruenta vittoria”. Meditate, gladiatori della politica, meditate. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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