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L'editoriale di TerzaRepubblica

L'Ungheria e la fine del sovranismo

IL VENTO È CAMBIATO. MA NON SARANNO NÉ LA MELONI DE-TRUMPIZZATA NÉ LA SINISTRA CONTAMINATA DAI POPULISTI A TRARNE VANTAGGIO

di Enrico Cisnetto - 18 aprile 2026

Il vento è cambiato, per fortuna, ma bisogna fare bene attenzione alla direzione verso cui spira. Nel giro di poche ore, prima la clamorosa sconfitta di Orban in Ungheria, così netta da tappare la bocca a qualsiasi accusa di brogli, e poi l’umiliante schiaffo in faccia rifilato dal presidente degli Stati Uniti alla presidente del Consiglio italiano, fatto senza precedenti che ovviamente travalica la dimensione personale dei rapporti  per diventare questione politica e istituzionale, hanno segnato l’inizio della curva discendente sia della parabola sovranista in Europa, sia di quella del governo Meloni e più in generale dell’esperienza della destra alla guida del Paese. Ma le espressioni di giubilo del fronte delle opposizioni fanno pensare che a sinistra, con la sola eccezione dell’opportuno intervento in Parlamento di Schlein a difesa dell’esecutivo attaccato da un governo straniero, poco si sia capito del significato e delle conseguenze di quegli accadimenti.

Partiamo dall’Ungheria. Péter Magyar, leader del partito Tisza (Rispetto e Libertà) che ha vinto le elezioni parlamentari del 12 aprile sconfiggendo Fidesz di Viktor Orban, ha costruito la sua campagna elettorale su una piattaforma di centro-destra conservatrice, europeista e anti Russia, ma ha raccolto un consenso trasversale essendosi assicurato l’appoggio di varie componenti moderate e progressiste, soprattutto giovanili. È così riuscito a canalizzare la protesta di tutto lo spettro politico anti-Orban, centro-sinistra compreso, posizionandosi come figura trasversale. Per questo, il nuovo parlamento di Budapest sarà composto da soli 3 partiti, tutti conservatori o di destra: sui 199 seggi a disposizione, 138 andranno al movimento di Magyar, 55 al partito di Orban e 6 all’estrema destra di Mi Hazank, mentre tutte le altre forze non hanno superato la soglia di sbarramento del 5%. Ma se questo vale in termini di posizionamento assoluto, non si può non notare che il partito di maggioranza sia certamente il più a sinistra (o forse è meglio dire il meno a destra) dei tre, e che Magyar abbia vinto intercettando l’elettorato urbano e progressista, oltre a quello liberal-conservatore, anche nelle zone rurali del paese, da sempre roccaforti di Orban. Un’operazione che ha consentito al neo-premier di tagliare entrambe le ali estreme, con quelle a sinistra fuori dal Parlamento e con quella destra ridotta ai minimi termini, all’opposizione. E di ottenere una super maggioranza che gli consentirà di controriformare la Costituzione sfregiata da Orban, cameriere a mezzo servizio tra Putin e Trump, archiviando una democrazia illiberale, o democratura che dir si voglia, che il mondo Maga avrebbe voluto ergere a modello per l’intera Europa.

Ora, si faccia attenzione a questo: Magyar, dopo una lunga militanza a fianco di Orban, se ne è distaccato, si è spostato al centro e ha costruito alleanze anche a sinistra. Solo i prossimi mesi ci diranno se terrà fede, e in quale misura, alle promesse di rinnovamento interno e se sul piano della politica estera farà dell’Ungheria un membro leale dell’Unione Europea – magari consentendo che finalmente venga superata quella governance basata sul diritto di veto di cui Orban ha abusato – e come tale sarà lealmente a fianco dell’Ucraina e contro la Russia. Ma intanto ha conseguito un risultato storico – confesso che vedere quel fiume di cittadini ungheresi in piazza a festeggiare la fine del regime filo putiniano e filo trumpiano mi ha emozionato – e soprattutto ha aperto una fase politica nuova indicando anche ad altri cittadini – francesi, italiani e tedeschi in primis – la via che di qui a breve potrebbe consentire di archiviare l’illusione sovranista che ha tenuto banco in questi ultimi anni, caratterizzata dalla diffusa persuasione (sbagliata) che la globalizzazione fosse la causa del nostro impoverimento (vero e presunto). Un ciclo che si era aperto nel 2008-2009 con la crisi finanziaria mondiale, che si è consolidato con la successiva crisi del debito sovrano (2010-2012) che aveva prodotto un rischio default per diversi stati europei (Grecia e i Piigs) generando le prime affermazioni dei partiti euroscettici, fino alla Brexit nel 2016 e l’affermazione un po’ ovunque di forze nazionaliste e populiste. Adesso, l’inversione di tendenza. Che assume un significato tanto maggiore in quanto avviene in questo momento drammatico di convulsione geopolitica planetaria, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rompere l’antica solidarietà euro-atlantica con il Vecchio Continente e di seppellire il diritto internazionale. Rafforzato dalla sequenza degli avvenimenti: la sconfitta di Orban, l’attacco proditorio di Trump al Papa e il ripudio di Meloni come “figliola prodiga”. Una coincidenza fortemente simbolica. 

Qualcuno ha parlato di inizio della fine del ciclo sovranista europeo (vedi la mia War Room di martedì 14 aprile, qui il link) e della esperienza delle destre nazionaliste al governo come nel caso dell’Italia (vedi la War Room di venerdì 17 aprile condotta da Alessandro Barbano, qui il link). Io ne sono convinto, ma certo molto dipenderà dalla Francia. Accadrà qualcosa di simile alle presidenziali di aprile 2027? Sì, nella misura in cui, come fece a suo tempo Macron, si formerà un’alleanza tra conservatori moderati, liberali e riformisti che sappia riproporre quel fronte repubblicano che ha sempre tenuto fuori dall’Eliseo destra e sinistra radicali. Raphaël Glucksmann potrebbe essere l’uomo giusto per compiere questa operazione, sconfiggendo al secondo turno tanto il Rassemblement national di Marine Le Pen quanto la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Certo, se sarà confermata l’esclusione dalla corsa all’Eliseo della Le Pen per ragioni giudiziarie, può essere che il suo giovane successore, Jordan Bardella, tenti di smarcarsi dall’impianto politico-culturale lepenista e si sposti verso il centro su posizioni più moderate. Ma c’è spazio e soprattutto c’è sufficiente credibilità per tentare un’operazione di questo genere? Io ne dubito. Ma molto dipenderà dal “fronte repubblicano”: se, come è già successo nelle recenti amministrative a Parigi e Marsiglia, i socialisti si smarcheranno da Mélenchon e faranno squadra con liberali e gollisti, penso che ancora una volta alla destra francese non rimarrà che stare all’opposizione.

Quella della “riverniciatura” di Bardella è la stessa operazione che alcuni vorrebbero facesse pure Meloni. E che per certi versi ha già fatto da quando è arrivata a palazzo Chigi abbandonando molte delle posizioni anti-europeiste (da “usciamo dall’euro” agli ammiccamenti con Ursula von der Leyen) e populiste (dalla linea della spesa facile a quella di una forte attenzione ai conti pubblici), ma resa ambigua dalle sue frequentazioni europee (da Vox a Orban) e internazionali (l’illusione di poter fare da cerniera tra Bruxelles e Washington appollaiandosi sulle ginocchia di Trump) e parziale dal non aver avuto il coraggio di un ancoraggio al Ppe. Ora la presidente del Consiglio l’ha capito – ci è voluta la sconfitta del referendum, il segnale di Budapest e l’impossibilità, dopo aver usato “Dio, Patria e Famiglia” come ricetta politica, di sottrarsi a difendere il Papa dalle intemerate di Trump – e sta cercando di far dimenticare il flirt con Musk, il silenzio di fronte a infamità come il discorso contro l’Europa di Vance a Monaco lo scorso anno o la voglia dell’inquilino della Casa Bianca di papparsi la Groenlandia, il ridicolo auspicio che in Svezia si decidano a dare il Nobel per la pace al presidente Usa, la campagna per la rielezione di Orban e così via. Per darne dimostrazione – peraltro sempre senza mai ammettere che ci sia stato un prima e ci sia un dopo, e dunque senza un momento di autocritica – ha replicato (a bassa voce) a Trump, ha sospeso l’accordo di cooperazione sulla difesa tra Italia e Israele del 2005, e si è finalmente decisa a partecipare (di persona) alla riunione del gruppo di paesi convocati a Parigi da Macron insieme a Starmer e Merz per studiare un intervento militare finalizzato a liberare lo stretto di Hormuz dal blocco iraniano (e dagli errori americani) dopo aver schifato il gruppo dei Volenterosi che si era formato a supporto dell’Ucraina abbandonata dagli Stati Uniti. Bene per carità. Ma non basta. Sia perché prima si era spinta troppo avanti per rendere credibile la retromarcia, sia perché non vuole ammettere di aver cambiato idea e rifugge dalla fatica del dare spiegazioni – forse perché in realtà non le ha cambiate ma semplicemente sta opportunisticamente aggiustando il tiro – sia infine perché mancano ancora tante scelte politiche (ne dico una per tutte: la firma del Mes) e di governo (per esempio abbandonare l’idea dei pieni poteri, intesa sia come premierato che come legge elettorale con super premio di maggioranza) a completare un quadro di questa presunta trasformazione moderata.

Anche perché il voto ungherese ci dice due cose. La prima è che anche le opinioni pubbliche che sembravano più avvezze alla narrazione del sovranismo e del leaderismo spinto si sono spaventate della deriva illiberale e avventuristica che quel disegno politico ha preso, e vogliono essere rassicurate. Non certo da chi fino a ieri ha fatto l’amicone del presidente americano, cui viene fatta risalire la causa di tutti i mali. Tanto più ora dopo lo scellerato attacco all’Iran – non perché quel regime non meriti di essere cancellato dalla faccia della terra, ma per l’insipienza con cui lo si è cercato di abbattere – e le conseguenti crisi energetica ed economica dovute al blocco di Hormuz. Il secondo insegnamento viene dalle mosse con cui Magyar ha saputo creare l’alternativa a Orban. Ed è rivolto tanto alle destre – che d’ora in avanti dovranno misurarsi con il vuoto che il tramonto del sovranismo populista spalanca come un baratro davanti a loro – quanto alle forze liberali e riformiste, che devono saper superare le frammentazioni ma anche aggiornare il loro bagaglio programmatico alla luce dei rivolgimenti planetari in atto.

Nello specifico italiano, l’inizio della fine del nazional-populismo riguarda entrambi i lati del bipolarismo, che non a caso negli ultimi anni abbiamo ribattezzato bipopulismo. E a maggior ragione in questa fase in cui – come ho spiegato nelle ultime newsletter di TerzaRepubblica – i rivolgimenti geopolitici in corso, con i risvolti militari che comportano, e il riaccendersi delle tensioni tra magistratura e politica dovute al referendum – cassetti ricolmi di dossier sono destinati ad aprirsi, e ce ne sarà per tutti – fanno pensare che il Paese sia alla vigilia di uno tsunami che spazzerà via l’intero sistema politico, come nel 1992-93 avvenne con i partiti e la classe politica della Prima Repubblica. Ecco perché ragionare sul caso Magyar è indispensabile: occorre che qualcuno proveniente dalla destra moderata e conservatrice (anche solo culturalmente) e transitato verso il centro liberale e popolare dialoghi con le componenti riformiste della sinistra per dar vita a soggetti politici ed alleanze nuove. In molti si chiedono se l’interventismo della famiglia Berlusconi – poco bello a vedersi se fossimo in una democrazia compiuta, ma certamente più che tollerabile se le loro fidejussioni bancarie che tengono in piedi Forza Italia si confrontano con i finanziamenti occulti che provengono da Mosca e di cui sono in molti a beneficiarne, partiti e altro – preluda ad un abbandono dell’alleanza con Meloni da parte della forza che in Italia rappresenta il Ppe. Non lo so (da quelle parti si ragiona più aziendalmente che politicamente), ma so che farebbero bene, anche solo in chiave di difesa dei loro interessi, a studiare il caso Ungheria, e trarne le dovute conseguenze. Così come so che al centro e a sinistra, chi vuole fare cosa utile al paese e nello stesso tempo provare a salvare la pelle, deve aprire finestre di dialogo e di confronto con le forze e le persone (per esempio, il ministro Crosetto) dell’attuale destra-centro più consapevoli e aperte, piuttosto che discettare su a chi spetti la leadership del “campo largo”, fin qui troppo stretto e carico di contraddizioni e ambiguità, e che non si allargherà solo perché s’immagina (ci si illude) che i No referendari e il disgusto verso le follie di Trump si trasformino magicamente in voti. Budapest docet. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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