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L'editoriale di TerzaRepubblica

Meloni nel pantano

VANNACCI, LEGGE ELETTORALE, VOTO ANTICIPATO, QUIRINALE: ECCO IL PANTANO IN CUI È FINITA MELONI. E L’ITALIA ASPETTA DI ESSERE GOVERNATA

di Enrico Cisnetto - 04 luglio 2026

Verschiebung. Nella psicanalisi Sigmund Freud usa il concetto di “spostamento” per spiegare iltrasferimento dell’attenzione da un contenuto importante ad uno secondario. Traslato in politica ci fa capire perché le tribù della politica nostrana e quelle mediatiche che fanno loro da cassa di risonanza non provano alcun turbamento di fronte ad una questione cruciale come la nefasta influenza che Putin sta tentando di esercitare sulle nostre dinamiche politiche attraverso la sua sofisticata guerra ibrida – ora che la Russia è in difficoltà, vedrete quale pressione a tenaglia eserciteranno la Lega, i 5stelle e una parte del Pd (inascoltabile il senatore piddino Alfieri che all’ambasciatore ucraino in Italia, audito alla commissione Esteri e Difesa, ha ripetutamente invitato Kiev alla capitolazione, in nome della pace naturalmente) per ridurre gli aiuti (già minimi) all’Ucraina e per ritornare all’acquisto di gas da Mosca – mentre sono preda di ben altre ossessioni. Quali? Se pensate che siano i grandi rivolgimenti geopolitici di un mondo in cerca di nuovi equilibri, o le spinose problematiche economico-sociali dell’Italia in declino da ben tre decenni, siete degli ingenui senza speranza. No, molto più prosaicamente si tratta di questi cinque tormenti: quando tenere le prossime elezioni politiche; con quale legge elettorale votare; Vannacci deve stare dentro o fuori dal perimetro del centro-destra; quale leader per il campo largo; quanti e quali “centri” costruire, quelli autonomi dai due poli del bipopulismo e quelli a supporto di centro-destra e centro-sinistra. Tutte questioni autoreferenziali, che si antepongono, fino a farli scomparire, ai temi programmatici – ridotti a puri slogan identitari – e, a maggior ragione, alle grandi opzioni strategiche per il futuro del sistema-paese, di cui non si vede neppure l’ombra.

Come sa chi mi legge con assiduità, in questa newsletter normalmente si fa il contrario: si affrontano le grandi questioni sistemiche, nazionali e internazionali, e si trascurano le beghe del pollaio romano. Ma sarebbe un atto di superbia non prendere atto, seppure una modica quantità di volte nel corso del tempo, che la politica s’interessa più al generale Vannacci o alla competizione Schlein-Conte piuttosto che alle strategie neo-sovietiche di Putin o alla necessità di dotarci di una capacità autonoma di difesa per via della chiusura dello storico ombrello protettivo americano. Dunque, oggi affrontiamo le prime tre delle cinque ossessioni di cui sopra (riservandomi di esaminare le altre due più avanti). 

A ben vedere, l’incognita Vannacci – elettorale (quanti voti avrà, al di là dei sondaggi) e politica (si schiererà dentro o fuori l’attuale maggioranza di governo) – s’incrocia con l’ipotesi di anticipare il voto rispetto alla scadenza naturale dell’autunno 2027 e con la legge elettorale che si vorrebbe (non senza incertezze) riformare. Dunque, partiamo da questo benedetto generale dell’Esercito andato in pensione a 56 anni, che politicamente ha ben tre paternità: la codardia di chi ha impedito al ministro Crosetto di cacciarlo dall’arma come meritava (se lo si fosse fatto, ora sarebbe a portare a spasso il cane ai giardinetti); la scempiaggine di Salvini, che gli ha regalato la rampa di lancio salvo dire ora “non mi frega più” (certo, ti ha già fregato senza chances di recupero); la generosità di interessi stranieri (si ipotizza il Cremlino, e lui facendo il putiniano di complemento non allontana il sospetto) che lo hanno sostenuto fin dall’uscita del suo libro “Il mondo al contrario”, autopubblicato sulla piattaforma Kindle Direct Publishing e “magicamente” diventato fenomeno editoriale del 2023 con 80 mila copie vendute in una settimana tutte su Amazon (chi le avrà comprate?). Ormai è evidente, questo tizio è diventato l’ossessione numero uno di Giorgia Meloni. Per due ragioni. La prima è di carattere politico: con le sue parole d’ordine estremiste, con i suoi richiami ai simboli del fascismo, con il banalizzare (in chiave populista) le grandi questioni tremendamente complicate, con il suo riconoscersi nell’impianto Maga del trumpismo e nel sovranismo anti-europeo, Vannacci rappresenta quel che la destra di Meloni era fino alla campagna elettorale vincente del 2022. E che poi, per fortuna, non è più potuta essere, dovendo fare il bagno di realtà che la responsabilità di governo le ha imposto. Dunque, il vannacismo turba la presidente del Consiglio perché la sua metamorfosi è stata parziale (bene sull’Ucraina, male su Europa e Stati Uniti) e solo tattica (per stato di necessità, non per convinzione): non ha portato a termine il passaggio dal radicalismo nazionalista al conservatorismo; pur tentata, non ha bussato alla porta del Ppe in Europa. E turba, il vannacismo, una parte (minoritaria ma identitaria) dell’elettorato meloniano, rendendosi attrattivo. Ecco perché, dopo aver cercato di liquidare come “funzionale alla sinistra” Futuro Nazionale, il partito (si fa per dire) del Generale, ora Meloni si ritrova inchiodata di fronte ad un dilemma cui non può sfuggire. Deve decidere se inglobare Vannacci in nome del precetto “nessuno alla mia destra”, aprendo con lui una trattiva a suon di seggi e posti in un eventuale futuro governo, ma con ciò subendo le sue condizioni (le “linee rosse” non negoziabili, le ha chiamate il Generale, che vanno dalla remigrazione alla cancellazione del Green Deal, ma soprattutto l’abbandono dell’Ucraina al suo destino e la riapertura delle relazioni con la Russia). O, viceversa, scegliere di tenerlo fuori, nel timore che non farlo le alienerebbe una fetta non indifferente del consenso moderato (sostanzialmente i tanti che, pur coscienti dei suoi difetti, considerano Meloni meno peggio rispetto al duo Schlein-Conte) rendendole arduo vincere le prossime elezioni. Certo, non dipenderà solo da lei il da farsi. Occorre prima di tutto capire cosa intenda fare il protagonista dello psicodramma, o meglio quale strategia abbia in testa chi lo condiziona (eterodirige?). Ma una cosa è certa: per Meloni, il Generale putiniano o sarà un ostacolo alle sue fortune elettorali o sarà un impedimento decisivo al compimento (peraltro ancora lontano) del suo percorso politico verso una leadership moderata ed europeista dell’attuale maggioranza. Tertium non datur.

Ecco perché la presidente del Consiglio s’interroga sia sulla data del voto che sull’opportunità di fare davvero la legge elettorale super maggioritaria. Infatti, per arginare la marea montante di Vannacci, Meloni è tentata dall’idea di anticipare le elezioni, fermo restando il fatto che a sciogliere le camere è il Capo dello Stato e ben sapendo che andare alle urne in primavera (si parla dell’11 aprile, la prima domenica dopo che i parlamentari avranno raggiunto la maturazione della pensione per questa legislatura) significherebbe contraddire platealmente la iper gettonata narrazione della longevità come sinonimo di stabilità del governo. Ma se in fondo la scelta della data è prematura, in queste ore a tener banco è la questione della legge elettorale. Meloni è partita dalla convinzione che se si votasse con la legge attuale, l’esito pressoché certo sarebbe il pareggio. Risultato che vuole scongiurare, perché la sua cultura politica la porta a definire “inciucio” (quante volte dai banchi dell’opposizione ha urlato questo termine populista) l’incontro delle forze politiche in Parlamento finalizzato a formare un governo (che, en passant, è ciò che prevede la Costituzione). Per questo motivo, e per surrogare la legge sul premierato che ha presentato e lasciato morire (per contrasti interni alla maggioranza e per evitare un’altra débâcle costituzionale dopo quella sulla separazione delle carriere dei magistrati), ha predisposto una proposta di legge che prevede un sistema di voto ibrido: proporzionale (con sbarramento al 3%) se nessuna coalizione raggiunge il 42% dei consensi (inizialmente era il 40%, quota poi aumentata per paura di una bocciatura da parte della Consulta), iper maggioritario se la soglia viene superata e fa scattare un premio (definito pudicamente di governabilità) in cifra fissa pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Un additivo che sarebbe sufficiente a chi ne usufruisse per eleggersi in beata solitudine il prossimo inquilino del Quirinale (e tanto altro), alla faccia dell’equilibrio istituzionale. Peraltro, Meloni nel dire pubblicamente che intende portare qualcuno di destra al Colle, non nasconde le sue intenzioni di trasformare il voto che serve ad eleggere i parlamentari in un surrogato di elezioni presidenziali all’amatriciana (oltre a commettere uno sgarbo nei confronti di Mattarella, che scade nel 2029, e a certificare che per destra lei intende un post missino, visto che uomini di altre destre, da Segni a Leone fino a Scalfaro, al Colle sono già saliti).

Solo che ora si è fatto strada un dubbio a dir poco lacerante: non è che da quando Vannacci è entrato prepotentemente sulla scena, questo meccanismo di adulterazione del consenso popolare non offre più le certezze che si erano immaginate? E, si badi bene, non tanto la certezza che a vincere sia la destra che lo propone, quanto che ci sia un vincitore. Perché Meloni – al pari della Schlein, che giura di voler fare le barricate per bloccare la nuova legge ma sotto sotto ne è attratta, nella speranza che sia il campo largo a superare la soglia del 42% – preferirebbe perdere le elezioni piuttosto che dover constatare che il voto non assegna a nessuno dei due poli dell’attuale bipolarismo (bipopulismo) la palma del vincitore, e si rimandi tutto alle dinamiche parlamentari. Tanto più se poi oltre a Vannacci si presentasse a sinistra una lista (Di Battista? Landini?) ugualmente pronta a far leva sul malcontento, che ridurrebbe in modo ulteriore le probabilità che qualcuno raggiunga la soglia che fa scattare il premio di maggioranza. Questo spiega perché la legge prima battezzata Stabilicum e poi Melonellum, tarda. Si dice si tratti solo di un rinvio dell’iter parlamentare, ma il governo Meloni non è certo nuovo a trasformare le dilazioni in accantonamenti definitivi, e comunque l’ipotesi di approvare la riforma prima della pausa estiva è ormai tramontata.

La verità è che Meloni è finita in un pantano. Dietro lo scontro sulle preferenze, volute da Fratelli d’Italia e avversate da Forza Italia e Lega, si staglia sì la “mina Vannacci”, ma anche l’ostacolo di comitati di associazioni pronti a fare ricorso alla Corte Costituzionale, cosa che quantomeno rappresenterebbe un problema dal lato dei tempi rispetto alla prospettiva di andare al voto ad aprile 2027. Ecco perché alla presidente del Consiglio non restano che due strade: o sceglie quella che le ha saggiamente indicato Stefano Folli, e si decide ad affrontare di petto Vannacci, oppure ripone il libro dei sogni nel cassetto e si tiene la legge elettorale che c’è. Per contrastare il Generale occorre fare due cose contemporaneamente: da un lato sfidarlo in chiave non populista sui temi socio-economici, e porgli domande stringenti (avete presente la Gruber? ecco, tutto il contrario) frutto della preventiva capacità di indagare sui suoi legami oltre confine e sulle fonti di finanziamento di Futuro Nazionale, e dall’altro offrendo al Paese un finale di legislatura ricco di provvedimenti capaci di asciugare il serbatoio del malcontento in cui Vannacci pesca. Ma fin qui non si è visto nulla di tutto questo. E allora non resta che tenersi il Rosatellum, che eviterebbe a Meloni di dover indicare prima del voto i partiti che fanno parte della coalizione, e quindi rimandare il problema a dopo le urne. Ma, certo, per lei sarebbe un ammainar bandiera. Per l’Italia, invece, sarebbe la felice circostanza di evitarsi una grave forzatura istituzionale e un maldestro tentativo di creare artificialmente il consenso che non c’è. Dopodiché la campagna elettorale rimarrà all’insegna della contrapposizione tra “dateci il voto per sbarrare la strada alla sinistra della Flotilla e della patrimoniale” e “votate per noi se volete evitare che La Russa prenda il posto di Mattarella”. E con ciò rimarranno inaffrontate le grandi questioni nazionali e internazionali che incombono minacciose, e resterà da smantellare il sistema politico, fallito da tempo, che quelle problematiche non sa affrontare. Tutto sta nell’accontentarsi. Non so voi, ma a me per essere appagato ci vuole ben altro. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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