ultimora
Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Tsunami anti bipolarismo

GLI ERRORI DI MELONI (PRIMA E DOPO IL REFERENDUM) E LE ILLUSIONI DEL CAMPO LARGO. ARRIVA UNO TSUNAMI CHE SPAZZERÀ VIA IL BIPOLARISMO

di Enrico Cisnetto - 28 marzo 2026

Un errore dopo l’altro. Con la prospettiva di essere prontamente imitata dagli avversari. Giorgia Meloni ha perso il referendum sull’ordinamento della magistratura – perché questa, e non la vittoria del fronte del No, è la spiegazione di quanto è successo una settimana fa – prima di tutto per un errore commesso nel 2022, quando sbagliò la valutazione circa il risultato delle elezioni politiche che la videro vittoriosa. Allora, e in questi anni di governo, ha ragionato come se la maggioranza parlamentare che aveva conquistato equivalesse ad una base sociale di pari misura. Peccato che, invece, la coalizione da lei guidata disponesse del consenso soltanto del 26% degli aventi diritto al voto, e che dunque governare con una dotazione politica di un italiano su quattro avrebbe dovuto indurla ad una prudenza che non ha mai mostrato di avere, anzi. Convinta che la narrazione dell’underdog che ha scalato le vette del potere le avesse conferito un’aureola di invincibilità, Meloni ha commesso tre errori di presunzione: ha pensato di poter governare più agevolmente usando i fedeli della sua corte anziché la credibilità delle competenze; ha rifiutato sistematicamente ogni relazione con il campo avverso, senza cogliere le opportunità politiche che pure le grandi diversità di orientamento presenti nelle opposizioni le offrivano; infine, è arrivata fino al punto di credere di poter mettere mano a riforme strutturali di natura costituzionale senza un ampio concorso parlamentare di forze, immaginando di poter vincere a mani basse il referendum confermativo.

A ciò si aggiungano altri due errori. Il primo è l’aver impostato una campagna referendaria non solo misera, ma del tutto controproducente, visto che le sciocchezze dette e fatte dal fronte del Sì sono state altrettante munizioni fornite al fronte del No. Il secondo errore sono le scelte improvvide di politica internazionale: una l’incapacità di distinguere la posizione – sacrosanta – pro Israele e di condanna dell’antisemitismo da una di distanza quando non di censura nei confronti di Netanyahu e del suo governo; l’altra la vicinanza di Meloni a Donald Trump, eccessiva e basata sul presupposto illusorio di poter svolgere un ruolo di pontiera tra la Casa Bianca e l’Europa, non capendo che la torsione alle regole democratiche e il disprezzo del diritto internazionale praticati dal presidente americano le sarebbero stati attribuiti come intenzioni del suo agire di governo. E sono posizioni che hanno inciso notevolmente nelle decisioni di voto (sia in termini di affluenza che di voto a favore del No) di molti italiani, giovani in particolare, nei confronti dei quali ora è perfettamente inutile, anzi autolesionista, elevare il lamento di aver fatto una scelta di contesto politico anziché di merito, visto che qualunque tema referendario è assolutamente normale e legittimo leggerlo inforcando entrambi gli occhiali. Non è stata forse una scelta politica quella di Meloni di azionare la leva delle modifiche costituzionali anziché usare quella delle leggi ordinarie, e per di più di farlo senza alcun coinvolgimento delle opposizioni? Dunque, è inevitabile che una parte dei cittadini abbia usato il giudizio politico anziché quello tecnico.

C’è poi un altro grave errore di valutazione commesso dalla presidente del Consiglio, che io mi sono permesso di sottolineare già prima del voto: non ha calcolato il rischio che la riforma Nordio, tra l’altro enucleata rispetto ai tanti altri problemi da affrontare del pianeta giustizia, sarebbe diventata agli occhi dei magistrati – a torto o a ragione, non fa differenza – come un drappo rosso sventolato in faccia al toro. In ogni caso, perché se avesse vinto il Sì avrebbe scatenato la reazione rabbiosa della componente più politicizzata e corporativa della magistratura, e avendo vinto il No le Procure si sentiranno legittimate da un’investitura popolare – il coro Bella Ciao intonato dei magistrati di Napoli saputo il risultato del referendum lo dimostra – ad avviare un regolamento di conti con la politica da cui non potrà venire niente di buono. Uno scenario stile 1992 che mi induce ad azzardare l’equazione “Delmastro uguale Mario Chiesa”, cioè primo segnale di una tendenza che la cronaca di queste ore, che ci racconta dell’apertura di nuove inchieste per corruzione, s’incarica di dirci essere già in atto.

Ora, se la storia insegnasse qualcosa, Meloni avrebbe dovuto evitare di commettere lo stesso errore fatto a suo tempo da Craxi, che minimizzò definendo Chiesa un mariuolo, salvo poi essere travolto in prima persona dall’inchiesta Mani pulite. Lei crede di essersi messa al riparo trovando dei capri espiatori, cioè imponendo le dimissioni a Delmastro e Bartolozzi (assurde senza quelle di Nordio), e richiedendo in modo plateale quelle del ministro Santanchè, che peraltro le sono arrivate spregiativamente solo 24 ore dopo. Ma il suo appare come un atto di debolezza, non di forza, che tra l’altro ha dato la stura ad una vera e propria resa dei conti dentro i partiti del centro-destra (vedi il siluramento di Gasparri in Forza Italia e ciò che s’intravede nella Lega) che inevitabilmente è destinata a trasformarsi in resa dei conti dentro la maggioranza di governo (le nomine nelle partecipate pubbliche e alla Consob, schedulate a giorni, saranno benzina sul fuoco). Anche perché è mancata la ben che minima analisi politica sulla sconfitta, e la storia insegna che per metabolizzare e superare un rovescio politico occorre prima di tutto ammettere a se stessi e al Paese che ci sia stato, poi analizzarne le cause a cominciare dai propri errori, e infine elaborare una strategia di recupero. Ma si sa, nell’epoca del bipolarismo militarizzato, è andata persa la sana pratica del confronto aperto, tanto si è abituati al solo reciproco scambio di accuse mentre si aizzano le tifoserie.

Questo significa che hanno ragione coloro che rimproverano alla presidente del Consiglio di non essersi dimessa? Non necessariamente. Assumersi la piena responsabilità della sconfitta, salire al Quirinale e rassegnare il mandato, era una delle due opzioni. Non l’unica e non per forza la migliore, specie se fosse declinata come forzatura per andare ad elezioni anticipate (che non troverebbero d’accordo né il Quirinale né i parlamentari in attesa di maturare la pensione). L’altra era parlare al Paese fuori dai denti, in modo convincentemente autocritico – ergo, evitare la solita frasetta sul “non ci siamo fatti capire” – ammettere che il decisionismo declamato si è rivelato una pia illusione (con ciò avendo il coraggio di archiviare sia la velleità del premierato sia la pessima elegge elettorale con super premio di maggioranza presentata subito prima del referendum (altro errore da matita blu), e spiegare cosa s’intende fare del tempo che resta della legislatura (non poco, un anno e mezzo, se si vota nell’autunno ’27 a scadenza naturale). Tertium non datur. Invece, Meloni ha scelto di tacere, salvo un breve spot sui social, in omaggio al feticcio della stabilità (che è tale se è sinonimo di tirare a campare) e in nome del fatto che aveva detto prima del voto che in caso di vittoria del No non si sarebbe dimessa. E non è la giusta premessa per una svolta.

Detto questo, andiamoci cauti: da un lato dire che il tocco magico tra la presidente del Consiglio e il Paese sia del tutto svanito appare prematuro, mentre dall’altro si prenderebbe un abbaglio se si pensasse di poter trasformare automaticamente in voti alle prossime politiche i 14 milioni di NO del referendum. Una vulgata, quest’ultima, che inizia a circolare con insistenza, e che può rappresentare il più grande regalo di Schlein e Conte a Meloni per il prossimo anno. Due fatti s’incaricano di confermare questo mio scetticismo (credo assai diffuso). Uno: la prima cosa che i due “galli nel pollaio” del centro-sinistra hanno evocato sono le primarie, come se il problema sia quello di determinare ora se la leadership del “campo largo” vada affidata all’avvocato pentastellato, contando sul fatto che il suo incontenibile desiderio di tornare a palazzo Chigi abbinato ad una inclinazione al trasformismo pressoché infinita gli dia la forza necessaria per vincere, o se invece debba andare alla evanescente segretaria del Pd, per il semplice motivo che il suo è il partito maggiore della coalizione. Partire da questo (povero) dilemma non è certo il modo migliore per costruire un’alternativa vincente, non fosse altro perché si da l’impressione che il programma non ci sia e quel poco che c’è sia attraversato da differenze incolmabili. E qui siamo al fatto numero due. Guardate cosa dice il vicepresidente del Movimento 5stelle Stefano Patuanelli: “con noi al governo fermeremo gli aiuti militari all’Ucraina”, per poi aggiungere serafico “ma penso che riusciremo a trovare la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”. Niente di nuovo, si dirà, siamo ben coscienti che dietro il pacifismo di Conte c’è un inquietante allineamento su posizioni filo-putiniane. Tuttavia, un conto è blaterare dai banchi dell’opposizione, un altro è parlare da candidati alla guida del Paese. Ma ciò che più colpisce è la seconda affermazione, perché delle due l’una: o i 5stelle pensano di portare la Schlein su quelle posizioni, oppure non si vede quale “quadra” si possa trovare. In tutti i casi, sarebbe bene che nel Pd ci si decidesse a parlar chiaro, visto che in questo momento di rivolgimenti geopolitici epocali, le ipocrisie sui temi internazionali non possono essere tollerate e la mancanza di chiarezza come collante per tenere in piedi il “campo largo” non sarebbe certo il viatico per il successo elettorale.

La verità, cari lettori, è che il referendum – non solo il suo risultato, ma il fatto stesso che sia stato concepito – è la prima ondata di uno tsunami che s’incaricherà di spazzar via l’intero sistema politico, con le sue fragilità e i suoi dilettantismi. Che sia una nuova andata di inchieste giudiziarie, che siano le conseguenze di scelte che saremo inevitabilmente chiamati a fare sui diversi fronti di guerre di cui siamo già parte senza volercene rendere conto, siamo comunque di fronte alla fine della stagione che si era aperta nel 1994 e durata, purtroppo, oltre tre decenni. D’altra parte, il bipolarismo, diventato negli ultimi anni bipopulismo, non regge più da tempo, e gli italiani se ne sono accorti: prima hanno dato un segnale con il crescente astensionismo – che fa a pugni con il decisionismo adulterato di chi non sa misurare l’esatta dimensione del suo consenso confondendo le percentuali con i numeri assoluti – ora hanno usato il referendum per sfuggire agli schemi (basti vedere lo scarto che c’è tra chi ha votato Sì pur parteggiando per i partiti del No, e chi ha votato No pur stando con i partiti del Sì)  segnalare di essere pronti ad apprezzare chi facesse lo sforzo di mettere fine alla contrapposizione permanente. Per questo suggerisco di mettere da parte le attenzioni e le apprensioni per quel che succede nello scenario attuale – perché è tempo perso – e di concentrarci su chi e come potrebbe riempire il vuoto che a breve si creerà. Non fosse altro per cercare di fare in modo che sia meglio del berlusconismo e dell’anti-berlusconismo che riempì il vuoto nel 1994 e di cui paghiamo ancor oggi il prezzo. In fondo non ci vuole molto, visto che il bipolarismo muscolare non è stato né mai sarà in grado di attivare quei cambiamenti epocali di cui l’Italia in declino ha un bisogno vitale. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

Social feed




documenti

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.