Referendum, le illusioni del SI e del NO
REFERENDUM, LE ILLUSIONI INGANNEVOLI DEL SÌ E DEL NO E IL RISCHIO CHE DEFLAGRI LA GUERRA MAGISTRATURA-POLITICA
di Enrico Cisnetto - 14 marzo 2026
Tra una settimana c’è il referendum sulla riforma dell’ordinamento della magistratura, e molti lettori di TerzaRepubblica mi sollecitano a dire la mia. Avrei dovuto e voluto farlo già da tempo, ma confesso di essere stato colto da una nausea fortissima. Trattasi di reazione allergica a quel fenomeno che Alessandro De Angelis con mirabile sintesi sulla Stampa ha definito “gafferendum”, cioè una campagna referendaria in cui tanto il fronte del Sì quanto quello del No non solo hanno dato fondo alle riserve di stupidità umana di cui dispongono – e, come si è visto, ne dispongono in grande quantità – ma si sono persino scambiati i ruoli, visto che le argomentazioni a conforto delle due tesi hanno tratto spunto quasi esclusivamente dalle corbellerie altrui. I casi Nordio-Bartolozzi, da una parte, e Gratteri, dall’altra, sono i più eclatanti, ma l’elenco sarebbe lungo. Si è così dato vita, more solito, ad un confronto (si fa per dire) basato solo sulle reciproche accuse. D’altra parte, era inevitabile, considerato che la separazione delle carriere, che è il frutto della migliore cultura giuridica della sinistra democratica, l’ha realizzata la destra panpenalista senza crederci e con altri scopi – non penso ad un disegno sovversivo, ma più semplicemente alla possibilità di attribuire ai magistrati la colpa dei limiti del governo (“ci impediscono di governare”, dice Meloni, reinterpretando il Berlusconi del “non mi fanno lavorare”) – mentre la sinistra la avversa in obbedienza (cieca) alla logica della contrapposizione, l’unica che i due fronti del bipolarismo muscolare conoscano. Infatti, una cosa deve esservi chiara: la gran parte delle forze di governo hanno votato una riforma che separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei magistrati giudicanti opta per il sistema processuale di tipo accusatorio, ma sono culturalmente legate al sistema opposto, quello inquisitorio (che prevede le carriere unite). Al pari delle forze di opposizione non liberali che previlegiano l’interesse dello Stato (sistema inquisitorio) a quello dell’individuo (sistema accusatorio). Una confusione accentuata dalla clamorosa usurpazione del garantismo da parte degli eredi dei cappi e delle monetine di Tangentopoli, dallo spettacolo di giustizialisti incalliti che vestono candidamente panni garantisti (il caso Di Pietro è il più eclatante). E viceversa.
Il quadro si aggrava se poi si ragiona sul fatto che non siamo di fronte alla tanto sbandierata – e agognata, almeno per quanto mi riguarda – riforma della giustizia, ma un pezzo di essa, non irrilevante certo, ma pur sempre una sola tessera di un mosaico molto più ampio. Si dirà che la cosa non è nuova, perché è dai tempi della discesa in campo di Berlusconi – parliamo di oltre trent’anni fa – che si evoca una riforma complessiva e strutturale della giustizia, suscitando nella politica e nel paese una tensione infinita, per poi non farne mai nulla. Una guerra intorno alle intenzioni, ma zero fatti. Con le elezioni del 2022 l’arrivo al governo di un magistrato della storia e del profilo culturale di Carlo Nordio aveva fatto sperare che fosse la volta buona. E invece la montagna ha partorito il topolino. Con l’aggravante che per sparare questo “colpetto” ci sono voluti tre anni di legislatura, più modifiche della Costituzione e ora un referendum. Intorno al quale è partito un conflitto che avrebbe meritato un oggetto del contendere di ben altra consistenza. Voglio dire che era perfettamente prevedibile che si sarebbero alzate le barricate e che il paese sarebbe stato trascinato in una battaglia senza esclusione di colpi, tanto valeva allora apparecchiare la riforma vera, almeno il gioco sarebbe valso la candela. E invece abbiamo riportato gli orologi indietro, e siamo ricascati nella guerra politica-magistratura, facendola riesplodere con la stessa forza deflagrante dei tempi di Tangentopoli. Un sanguinario regolamento di conti da cui non può venire niente di buono.
Detto questo, ora siamo chiamati a decidere se confermare o meno la separazione delle carriere dei magistrati e di conseguenza se confermare o meno lo sdoppiamento del Csm, uno per i magistrati requirenti (i pm) e uno per quelli giudicanti (i giudici). E ci sono due modi per fare le proprie valutazioni: uno di merito, l’altro politico. Dico subito che entrambi hanno piena dignità e diritto di cittadinanza, perché se è vero che il quesito referendario è specifico, e dunque meriterebbe di essere vagliato nel merito, è altrettanto vero e normale che abbia anche un sostanziale valore politico. E che tanto chi ha proposto la riforma quanto chi l’ha avversata possano essere giudicati sul piano politico, sia per come si sono comportati nello specifico sia per un giudizio più generale e di prospettiva. Anzi, direi che la scelta più lungimirante la farà il cittadino capace di tenere insieme i due piani, soppesando i pro e i contro di ciascuno dei due punti di vista, e facendo la somma algebrica di entrambi. Può sembrare un’astrazione metodologica, ma non è così. Non fosse altro perché sulla dicotomia “giudizio di merito-giudizio politico” si è costruita una parte rilevante della guerra referendaria in corso, sulla base della reciproca delegittimazione: “lasciamo perdere i tecnicismi, qui la questione è solo politica”, dicono gli uni, “la buttate sempre e solo in politica, invece siamo chiamati a dire Sì o No ad una riforma nel merito”, ribattono gli altri. Pessima maniera di affrontare la questione.
Dunque, per prima cosa vediamo il merito della riforma. Io non ho dubbi che le carriere dei magistrati vadano separate, e separatamente regolamentate. È così in larga parte d’Europa e del mondo occidentale. E la cosa risponde alla differenza genetica delle due funzioni: il giudice deve essere strutturalmente distinto e distante rispetto al pubblico ministero, in modo da poter valutare in una condizione di piena ed assoluta terzietà le tesi accusatorie di quest’ultimo. Specie nella fase delle indagini e delle udienze preliminari, perché è soprattutto in queste che si annidano forzature e abusi e si misura l’appiattimento del gip nei confronti delle procure per un malinteso “spirito di colleganza”. In coerenza con il modello accusatorio a suo tempo accolto nel nostro codice di procedura penale, e dando piena esecuzione all’articolo 111 della Costituzione. Un meccanismo che offre il massimo delle garanzie al cittadino, non alla politica. Anzi, se c’è un argomento che mi preoccupa, è quello esposto in qualche intervista dal mio vecchio amico Cirino Pomicino: voterà No perché teme che la riforma dia ai pm più potere di quanto già non abbiano, visto che le garanzie di autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri vengono elevate a livello costituzionale (art. 104) e si teme che si formi una sorta di “casta di superpoliziotti”. Una preoccupazione che è l’esatto opposto della tesi più gettonata dal fronte del No, e in particolare dall’Anm, e cioè che la riforma consentirà di sottomettere i magistrati inquirenti al potere esecutivo, mettendoli in una condizione di minorità e subordinazione. Naturalmente in entrambi i casi non si tratterebbe di un effetto diretto della riforma, ma indiretto, cioè la riforma come premessa per. Comunque, delle due l’una, e vi dirò che ove mai ci fosse una motivazione fondata per votare No ragionando nel merito, questa è la prima (tesi Pomicino) e non la seconda (tesi Anm).
Quanto ai due Csm e al sorteggio come meccanismo di selezione dei magistrati chiamati a farne parte, mi pare evidente che il legislatore abbia voluto reprimere il fenomeno corporativo – assolutamente degenerativo, come dimostra il caso Palamara – delle “correnti”. Probabilmente sarebbe stato meglio optare per una forma di “sorteggio temperato”, peraltro sempre attuabile in caso di vittoria del Sì in sede di decreti attuativi, ma l’obiettivo è giusto e fa premio sulle obiezioni. Nell’interesse dei tanti magistrati non politicizzati (i più).
Detto questo, è corretto coltivare la speranza che con la riforma si faccia un passo nella direzione del “giusto processo”? Cioè che i pm siano indotti a impegnarsi maggiormente nella costruzione di ipotesi accusatorie solide perché basate su inoppugnabili riscontri indiziari – si consideri che nel 2024 il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado si è chiuso con un’assoluzione – e che i giudici si attengano più convintamente alla regola aurea per cui si condanna solo se si raggiunge la prova dei fatti e delle responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”? Teoricamente sì, ma è ragionevole pensare che ci vorrà tempo e che le leve azionate non siano sufficienti. Ci vuole altro, ed è più che fondato il timore che nel nostro sistema politico non circoli a sufficienza il sangue del garantismo – quello vero, mentre abbonda quello auto-tutelante, che è tarocco – sia per usare nel modo giusto questa riforma sia per andare oltre.
E qui veniamo al contesto politico. Dal quale resta davvero difficile tenere separato il merito giuridico quando si vedono interventi a gamba tesa in vicende di cronaca, con tanto di critiche a sentenze (che si possono appellare ma non rendere oggetto di dibattito, tantomeno di propaganda). O quando si è al cospetto di un doppio madornale errore politico, di merito e di metodo, come aver fatto coincidere la campagna referendaria con la presentazione da parte delle forze di governo di una (pessima) legge elettorale che prevede un super-premio di maggioranza tale da alimentare il sospetto che si voglia puntare ai “pieni poteri”. Anche perché viene da chi ha in testa il premierato.
Vedete, se le parti in campo fossero quelle giuste, legittimate dalla loro storia a sostenere il Sì e il No, e se la campagna referendaria avesse avuto un minimo di decenza, avrebbero ragione coloro che considerano un farsi strumentalizzare dalla politica votare (o astenersi) per ragioni diverse da quelle di merito. Ma così non è, e allora diventa legittimo usare il No come voto contro la Meloni e il centro-destra – per punirne gli eccessi passati e presenti e per prevenirne quelli futuri – e il Sì come voto contro il campo largo di Schlein, Conte e compagni, sapendo che con loro al governo avremmo, specularmente, gli stessi errori ed orrori di chi c’è ora a Palazzo Chigi. Così come diventa legittimo astenersi – si sta formando un gruppo ben frequentato di “garantisti per l’astensione consapevole” – avendo chiaro in mente che meno voti espressi ci saranno più saranno alte le possibilità del No di prevalere. Nessuna di queste tre ipotesi è una prospettiva consolante, ma sarebbe anche stupido farsi illusioni per poi piombare nell’ennesima devastante disillusione. Anche perché ribadisco una previsione di cui vi ho già parlato la settimana scorsa: non solo questa riforma affronta soltanto uno dei tanti nodi da sciogliere della giustizia italiana, ma essa e il referendum che la deve o meno legittimare indurranno la componente più corporativa e autoreferenziale della magistratura a combattere fino in fondo la guerra con la politica, sia che vinca il Sì (per ritorsione) sia che vinca il No (per investitura popolare). E a perderci sarà, ancora una volta, l’Italia. Proprio nel momento in cui ci incombono sulla testa nientemeno che la rottura della solidarietà euroatlantica per mano di Trump, la guerra ibrida di Putin e le conseguenze non o mal calcolate della guerra israelo-americana in Iran. E il nostro bipolarismo ci offre l’inverecondo spettacolo di non sapersi neppure sedere ad un tavolo per ragionare sul da farsi.
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
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