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L'editoriale di Terzarepubblica

Redde rationem in Ucraina

DOPO QUATTRO ANNI DI GUERRA PUTIN HA PERSO MA ZELENSKY NON HA VINTO, E ORA SIAMO ALLA RESA DEI CONTI FINALE (ANCHE PER LE NOSTRE IPOCRISIE)

di Enrico Cisnetto - 28 febbraio 2026

Sotto i bombardamenti russi che non preludono ad alcuna pace, è iniziato il quinto anno della guerra mossa da Putin nei confronti dell’Ucraina, che finora ha fatto circa 2 milioni tra morti, feriti e prigionieri, di cui due terzi russi e un terzo ucraini, e ha creato una devastazione per cui la Banca Mondiale stima ci vogliano intorno ai 600 miliardi di dollari per la ricostruzione (quasi tre volte il Pil ucraino). E in questa circostanza è doveroso domandarsi – rispondendoci con assoluta sincerità, individualmente e collettivamente – se e in quale misura noi italiani e noi europei in questi quattro drammatici anni “siamo stati tutti ucraini”, tenendo fede al famoso motto “Ich bin ein Berliner” (io sono un berlinese) lanciato da John F. Kennedy a Berlino Ovest nel giugno del 1963. Un esame di coscienza che serve soprattutto a capire quale atteggiamento occorre assumere oggi, di fronte alla evidente intenzione del Cremlino di voler continuare il conflitto. Anzi, di non avere altra scelta che perseverare, sia perché quella russa è ormai un’economia di guerra che si deve alimentare di spesa militare (40% del bilancio, oltre il 10% del pil) per non entrare in recessione, sia perché ormai il regime si legittima solo se resta dentro una condizione di emergenza e di mobilitazione permanente. Con buona pace delle trattative di pace.

Non vi sembri una contraddizione, ma la risposta a questo quesito può essere in egual misura positiva e negativa. Da un lato, infatti, l’Europa ha appoggiato concretamente e massicciamente l’Ucraina – più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti con Biden e via via da sola con l’avvento di Trump, arrivando a comprare armi americane per poi donarle a Zelensky – e l’Italia ha sempre fatto la sua parte, seppure faticosamente per via dei mal di pancia della Lega e, dall’anno scorso, del filo trumpismo di Meloni. Ha ragione lo storico Marco Mondini (vedi War Room di martedì 24 febbraio, qui il link) nel sostenere che la più bella immagine di questi quattro anni di resistenza ucraina è la foto che ritrae Draghi, Macron e Scholz sul treno per Kiev poche settimane dopo l’invasione russa, simbolo della volontà unitaria europea di schierarsi dalla parte giusta senza riserve e ipocrisie, nella consapevolezza che in quella capitale europea (perché l’Ucraina è Europa e al più presto deve diventarlo anche formalmente) non si difende solo un territorio ma principi e libertà universali. Io aggiungerei anche le photo opportunities delle riunioni dei Volenterosi convocate da Macron, Merz e Starmer, che per Zelensky hanno significato sapere di poter contare su un Occidente anche senza gli Usa o addirittura a prescindere dalla Casa Bianca.

Nello stesso tempo, è stato deprimente vedere l’Unione Europea impotente di fronte a Orban e qualche altro filo-putiniano che esercitando il potere di veto che la regola dell’unanimità decisionale concede ad ogni membro Ue hanno impedito che si usassero i 210 miliardi di riserve della Banca Centrale Russa congelate in Europa per aiutare Kiev, finanziariamente esausta, così come hanno bloccato, nei giorni scorsi, tanto l’adozione del 20mo pacchetto di sanzioni nei confronti di Mosca quanto l’erogazione del prestito di 90 miliardi di euro su cui il Consiglio europeo di dicembre aveva assunto un preciso impegno. O, per noi italiani, è stato umiliante dover constatare che il 24 febbraio, giorno del compimento del quarto anno di guerra, a Kiev a manifestare in presenza la solidarietà al governo e al popolo ucraino di tutti i leader politici, di maggioranza come di opposizione, fosse presente il solo Calenda. Assenti senza provare alcun turbamento di fronte ad un premier, Zelensky, di cui si può dire ciò che si vuole ma a cui certo non fa difetto il coraggio (quando disse a Biden che aveva bisogno di munizioni, non di un passaggio per fuggire e salvarsi) e la dignità (di fronte a Trump che lo ha turpemente vilipeso e per non aver smesso di umiliarsi implorando l’Occidente per ogni singolo proiettile d’artiglieria). Forse i nostri leader da quattro soldi avevano visto, e valutato elettoralmente credendosi furbi, un recente sondaggio secondo cui la percentuale di italiani disposti ad imbracciare le armi per difendere il proprio paese in caso di guerra si ferma al 16%, meno di quanti (19%) non hanno avuto remore a dichiarare che diserterebbero o (26%) preferirebbero pagare mercenari stranieri piuttosto che arruolarsi personalmente, tanto che il 39% di coloro in età idonea alla leva (18-45 anni) si definisce obiettore di coscienza pacifista. Uno schiaffo in faccia agli ucraini, militari e civili senza distinzione, che nel 2022 non hanno esitato a difendere la loro patria dai russi invasori e che in questi quattro anni non hanno mai abbassato la loro bandiera nonostante il prezzo altissimo che hanno dovuto pagare. Che vergogna!

Ma se questo riguarda quel che è stato, adesso è venuto il momento di assumersi la responsabilità per l’oggi e per il domani. Sapendo che il nostro destino è inscindibilmente legato a quello dell’Ucraina. Lo era già quattro anni fa, quando fin da subito è stato chiaro che la guerra di Putin non riguardava solo e tanto la sopravvivenza dell’Ucraina, bensì la sicurezza dell’intero Vecchio Continente. Ma a maggior ragione lo è ora perché il conflitto russo-ucraino si è giocoforza iscritto in un contesto geopolitico globale che non esito a definire da “resa dei conti”. I motivi sono due. Il primo riguarda l’evoluzione (ma forse sarebbe meglio dire involuzione) della strategia russa. Mosca contabilizza perdite immense a fronte di vantaggi militari di certo non proporzionali: in quattro anni ha conquistato (devastandolo) il 13% del territorio ucraino, che aggiungendosi a quanto razziato in precedenza arriva al 20%.

Ora, un quinto di un paese che a Mosca (ma anche in Occidente) si riteneva di far proprio nel giro di poche settimane se non di giorni, significa sconfitta, non vittoria. Ma il combinato disposto di una propaganda subdola che – grazie a molte sponde prezzolate – ha messo in testa alle fragili opinioni pubbliche europee prima che la guerra non è frutto delle mire neo-sovietiche di Putin ma della Nato e poi che l’Ucraina era perdente (sul campo e comunque per definizione, vista la sproporzione tra le due realtà), e della follia (non casuale) di un presidente americano che ha riabilitato e rimesso all’onor del mondo l’autocrate russo concedendogli la possibilità di far finta di volere la pace negoziando la resa di Kiev, hanno ribaltato il copione, consentendo al Cremlino di aprire un fronte di guerra, cosiddetta ibrida ma sarebbe meglio dire vigliacca perché chi lancia il sasso nasconde la mano, direttamente in Europa. Tanto più efficace perché non suscita indignazione e reazione, viste che in molte opinioni pubbliche e cancellerie continentali prevale un altro sentimento, la “stanchezza della guerra” (war fatigue), intesa come “ci siamo stancati di doverci preoccupare e occupare dei problemi dell’Ucraina”, cosa che ha come corollario “è venuto il momento che Zelensky metta fine al conflitto”, che in termini pratici significa che si deve arrendere e farsi da parte.

È per questo clima, in cui l’indifferenza autolesionista europea si somma alle capacità persuasive russe, che è del tutto passato inosservato (in Italia l’ha meritoriamente rilanciato solo Dagospia) un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph (a firma di Adrian Blomfield) in cui si denuncia che unità clandestine russe gestite dall’intelligence moscovita hanno acquistato immobili (case per vacanze estive, magazzini, scuole abbandonate, appartamenti cittadini e persino intere isole) in prossimità di siti militari e civili in almeno una dozzina di Paesi europei, con lo scopo sia di scatenare una campagna coordinata di sabotaggi sia di rafforzare la loro capacità di sorveglianza. Il giornalista del Telegraph registra che in almeno tre agenzie di intelligence europee si teme che la Russia possa aver già collocato esplosivi, droni, armi e agenti sotto copertura in alcuni di questi siti, pronti per essere attivati con l’obiettivo di paralizzare trasporti, comunicazioni e reti energetiche. I paesi nordici e baltici sono quelli presi maggiormente di mira, ma si parla molto di attività russe in Svizzera e – attenzione – si segnalano acquisizioni legate alla Russia vicino a basi navali e vie d’acqua strategiche in Sicilia.

Il secondo motivo per cui siamo alla “resa dei conti” sta nel fatto che con Trump gli Stati Uniti non solo hanno perpetrato nei confronti dell’Ucraina quella che il premio Nobel Paul Krugman definisce un tradimento di cui l’America si deve vergognare, ma hanno trasformato l’Europa da alleato storico a nemico infido, a cui c’è da preferire addirittura il macellaio di Mosca. Il tutto in un contesto in cui l’ordine internazionale è stravolto e il diritto lascia spazio alla forza, costringendo l’Unione Europea – ma anche la Gran Bretagna e il Canada, che ormai predispone piani anti-invasione americana – a pensarsi e strutturarsi a prescindere dagli Usa. Una situazione aggravata dal fatto che Putin è stato costretto a prendere atto che Trump non gli è certo ostile ma non è stato in grado di essere conseguente a quella vergognosa sceneggiata del tappeto rosso al summit di Anchorage, il che induce il Cremlino ad accentuare la pressione militare in Ucraina e quella ibrida in Europa.

Ma se questo è il quadro, torna la domanda iniziale: considerato che da parte russa la guerra prosegue, siamo disposti, e fino a che punto, a continuare a sostenere Kiev? La domanda riguarda Bruxelles e le singole capitali europee. A cominciare da Roma. Dove la chiamata alle armi referendaria impedisce che ci si interroghi sulla guerra vera. Trincerandosi, tanto la maggioranza quanto l’opposizione, dietro il fatto che l’Italia non ha mai fatto mancare il suo sostegno a Zelensky. Con ciò sorvolando sul fatto che in entrambi gli schieramenti ci sono componenti che, sotto le mentite spoglie del pacifismo, parteggiano per Mosca. Ma, soprattutto, evitando di fare i conti con le tante ambiguità che ci sono anche tra coloro che sventolano la bandiera ucraina. Giorgia Meloni dovrebbe dire agli italiani come si fa ad essere dalla parte di Zelensky e nello stesso tempo coltivare l’amicizia di Orban, trattandolo come un alleato privilegiato, fino al punto di registrare uno spot in suo sostegno per la campagna elettorale ungherese dalla quale è vivamente auspicabile che esca perdente. Si può stare con Kiev ma anche con Budapest che impedisce di portare aiuti a Kiev? E ancora, come si può continuare a immaginare ponti con l’America di Trump, fino al punto di partecipare (seppure come osservatori) al suo ridicolo Board of peace, senza rimproverargli di aver lasciato Kiev al suo destino. Ma anche Elly Schlein dovrebbe spiegarci come concilia l’asserita posizione del suo Pd a favore dell’Ucraina con la presenza al proprio interno di mille distinguo e con alleanze di coalizione fatte con chi predica che occorre smettere di sostenere militarmente Kiev – tanto che in merito il campo largo conta cinque diverse posizioni finite in altrettante mozioni parlamentari – salvo poi rimproverare (giustamente, sia chiaro) a Meloni di tenere le porte della maggioranza aperte al generale capo del neo partitino di estrema destra che ironizza sulla disperata resistenza ucraina e sostiene che quella “non è la nostra guerra” votando contro gli aiuti.

La politica italiana non se n’è ancora accorta, ma il tempo delle ipocrisie è finito, sepolto sotto quasi 1500 giorni di guerra nel cuore dell’Europa. La resa dei conti è prossima, e non risparmierà nessuno. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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