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L'editoriale di TerzaRepubblica

Draghi per l'Alleanza europea

DRAGHI DICE LE COSE GIUSTE PER FAR NASCERE NUOVA EUROPA, MA ORA DEVE RENDERSI DISPONIBILE A FARLE IN PRIMA PERSONA

di Enrico Cisnetto - 07 febbraio 2026

E Mario Draghi rispose. Non sono così presuntuoso da pensare che il discorso che l’ex presidente del Consiglio italiano ha pronunciato in Belgio in occasione del conferimento di una laurea honoris causa da parte dell’università di Lovanio – in cui ha invocato la trasformazione dell’Unione Europea da confederazione a federazione dando così vita agli Stati Uniti d’Europa – sia frutto dell’invito che la settimana scorsa mi sono permesso di fargli a dismettere i panni del padre nobile che dispensa consigli e attende che qualcuno ne faccia buon uso, per indossare quelli dell’uomo che si mette concretamente a disposizione per rifondare l’Ue e, insieme al primo ministro canadese Mark Carney, ridisegnare l’Occidente democratico. Anche perché non è certo la prima volta che Draghi invita accoratamente l’Unione a rafforzare il suo livello di integrazione per affrontare il dilagante e preoccupante disordine globale. Ma è pur vero che questa volta, con l’esortazione a farsi “potenza”, il tono del messaggio si è fatto decisamente più politico. E in perfetta sintonia con la linea dell’unità delle “medie potenze” esposta da Carney a Davos. Ecco perché mi piace pensare che, nella sostanza, ciò che ha detto Draghi sia in sintonia con lo spirito del mio appello, a lui e al primo ministro canadese (per chi non lo avesse letto, qui il link).

Tuttavia, ciò che conta davvero è che il Consiglio europeo del 12 febbraio, a cui Draghi è stato invitato insieme ad Enrico Letta in quanto autori dei due report commissionati da Ursula von der Leyen rispettivamente sul rafforzamento della competitività e del mercato unico comunitario – applauditi e dimenticati – sia l’occasione non solo per far emergere la necessità di fare un salto di qualità nella trasformazione dell’Europa, ma anche per compiere atti concreti in questa direzione, a cominciare dalla formulazione di una road map precisa e vincolante. Ma attenzione: al Consiglio di giovedì prossimo parteciperanno tutti i 27 Stati membri dell’Ue, mentre il primo passo verso una maggiore integrazione non può che compierlo un più ristretto numero di proponenti. In altre parole, mettere mano ai Trattati significa scriverne uno nuovo per fondare quella che io ho chiamato “Alleanza Europea”, e solo in un secondo momento modificare quello vigente, ancora fermo al primo ostacolo, il superamento del principio dell’unanimità delle decisioni. È la logica delle “due velocità”, che Draghi sembra aver pienamente sposato.

Ma resta un altro decisivo nodo da sciogliere: si fanno tanti accordi su singoli temi, magari con alleanze a geometria variabile, o se ne fa uno largo, che delinei davvero un’Europa più ristretta ma più compatta e quindi politicamente più forte? Draghi, segnalando le debolezze comunitarie nella difesa, politica industriale e affari esteri, e avendo parlato di “federalismo pragmatico” (“dobbiamo intraprendere i passi attualmente possibili, con i partner che lo desiderano, nei settori in cui è possibile compiere progressi”, sono le sue parole), sembra andare nella prima direzione. Forse più facile (meno difficile) da realizzarsi, ma certo più debole. Specie se s’intende far viaggiare questo progetto europeo parallelamente a quello indicato da Carney di ridisegno dell’Occidente orfano dell’America di Trump. Certo i Volenterosi, la coalizione che ha messo insieme paesi europei e non, sono nati su un tema specifico, quello della sicurezza, e in particolare il sostegno militare all’Ucraina per fermare i disegni neo-imperiali (nel senso di sovietici) di Putin. Ma la strada indicata da Carney è, appunto, il superamento dell’esperienza, pur importante, dei Volenterosi a favore di una “Alleanza Occidentale” ben più strutturata e articolata. Per la quale occorre una e solo una Europa di serie A. Per questo sarebbe importante che il vertice Ue di giovedì nel castello di Alden Biesen, anche grazie alla sua modalità informale, potesse come prima cosa traguardare a brevissimo un altro incontro, che coinvolga Carney, il primo ministro britannico Starmer e i leader di Norvegia, Giappone e Australia.

Detto questo, resta da capire chi fa il primo passo, e come lo fa. Escludendo che a porre sul tavolo la questione possano essere i sovranisti (palesi o travestiti che siano), ed immaginando che gli egoismi personali impediscano ai vertici comunitari di andare oltre parole di circostanza, perché le “due velocità” li azzopperebbero, non restano molte altre possibilità. Sulla carta l’uomo giusto per fare la proposta giusta sarebbe Macron, ma la debolezza che gli deriva dalla precarietà della situazione politica francese, e il doppio errore di mettersi di traverso all’approvazione dell’accordo commerciale con i paesi del Mercosur, subendo la pressione della lobby degli agricoltori, e aver allentato l’asse franco-tedesco, rendono improbabile una sua sortita, o la renderebbero fragile qualora la dovesse fare. Stesso discorso vale per il cancelliere tedesco Merz: debole in casa e sul piano europeo condizionato dal persistere di vecchi pregiudizi, come la contrarietà al debito comune, che invece non può che essere uno degli architravi su cui poggiare il passaggio ad un’Europa federale. Basta vedere il “non paper” prodotto dal recente vertice a Roma tra lui e Meloni per capire che Berlino, pur non avendo alcuna positiva (ma neppure neutra) inclinazione verso la Casa Bianca, prediliga accordi bilaterali nell’ottica di preservare la (presunta) egemonia tedesca. Resta la Spagna, che è forte dei risultati ottenuti dalla sua economia – è quella che cresce di gran lunga di più in tutto il Vecchio Continente – ma il governo Sánchez è politicamente troppo precario per mettersi alla testa di un’iniziativa “rivoluzionaria”, tipo quella che nel 1999 portò alla creazione dell’euro (dei 15 membri dell’Unione Europea di allora i fondatori inizialmente furono 11, diventati 12 con l’ingresso della Grecia poco dopo).

Infine, resta l’Italia, che avrebbe titolo come nessun altro a indicare un proprio cittadino, già capo del governo e personalità dal prestigio ineguagliato in Europa, come colui a cui affidare l’incarico di scrivere una pagina di storia così eccezionale. Per di più, è notorio che, pur con alti e bassi, tra Meloni e Draghi ci sia stato e continui ad esserci un buon rapporto, non convenzionale. Ma mentre sono pronto a scommettere che la presidente del Consiglio non avrebbe alcuna difficoltà, anzi, a indicare e far votare dalla sua maggioranza (ammesso che rivinca le elezioni nel 2027) Draghi come possibile successore di Mattarella nel gennaio del 2029 – consentendo a lui di prendersi una clamorosa rivincita e mettendo se stessa nella condizione di evitare scelte sciagurate pescando nel proprio stagno – francamente non ce la vedo Meloni pronunciare un solenne discorso in cui afferma che non solo l’Italia intende far parte del gruppo dei paesi fondatori della nuova “Alleanza Europea”, ma offre anche il suo cittadino più autorevole per gestire questo delicato processo.

Ovviamente, vorrei tanto che questa mia valutazione si palesi errata. Nel caso, vorrebbe dire che avrebbero ragione coloro che sostengono la tesi di un radicale cambio di rotta meloniano nei confronti della Casa Bianca. “Guarda che Meloni si è resa conto che quella di farsi pontiera tra l’Europa e Washington si è rivelata una pia illusione, e ha mollato Trump”, è il parere che ho personalmente ascoltato da taluni del nostro deep state che pure non hanno alcuna simpatia per la leader di FdI. Può darsi, a Meloni di certo non difettano le capacità tattiche. E in effetti qualche segnale in questa direzione c’è stato, dal secco giudizio sulla Groenlandia pronunciato direttamente, alle parole fatte filtrare da palazzo Chigi sui fatti di Minneapolis e i metodi dell’Ice (“non appartengono al bagaglio professionale e culturale delle forze di sicurezza italiane”, mentre “il governo ha una posizione ferma e di condanna davanti alle violenze e agli omicidi”), fino a dover bollare come “inaccettabile”, seppure con un ritardo di due giorni che mostrava tutto l’imbarazzo in cui si era ritrovata, l’insulto di Trump ai soldati europei impiegati e morti in Afghanistan.

Ma, nello stesso tempo, continuano i momenti di segno opposto. Ultimo, l’incontro tra Meloni e Vance a Milano in occasione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, al termine del quale la nostra presidente del Consiglio ha voluto enfatizzare lo stato idilliaco delle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti.

E poi, pare evidente che rinverdire il suo antico euroscetticismo, per non dire eurofobia, in modo soft, usando la leva della fedeltà euro-atlantica, sia non un semplice machiavellismo ma un architrave fondamentale della strategia politica di Meloni, non fosse altro per scongiurare ulteriori cessioni di sovranità nazionale e lasciare alle strutture comunitarie compiti rognosi come la gestione dell’immigrazione. Inoltre, Meloni si è più volte esposta a condividere la visione del mondo di Trump e Vance nel quadro di una piena adesione ad un sistema di valori e di alleanze che, nella sua visione, libererebbe l’Italia dai vincoli imposti dalla sinistra, le illusioni europeiste e l’asservimento agli interessi dei paesi continentali più forti. Un impianto politico-culturale a cui, con furbo pragmatismo, ha imposto freni e limiti dopo essersi accorta che governare è altra cosa che fare propaganda, ma a cui resta fedele, visto che il suo cambiare idea non è mai stato frutto di un vero (e inevitabilmente sofferto) revisionismo. Quanto alla sua vicinanza a Trump, il vero intralcio è rappresentato dalle brutali e pazzoidi modalità con cui The Donald si manifesta pubblicamente – l’ultima è un video che il presidente americano ha postato in cui le facce di Barak e Michelle Obama sono giustapposte a corpi di scimmie – che, secondo alcuni sondaggi, sembrano indurre all’indignazione la gran parte degli italiani, compresi quelli che hanno votato a destra.

Una piega che preoccupa Meloni e l’ha indotta quantomeno a molta prudenza. Colta soprattutto dal Corriere della Sera: Paolo Giordano ha scritto che “le condizioni sono cambiate così drasticamente da richiedere un contorsionismo forse impossibile anche per Meloni”, mentre Massimo Franco ha espresso la sensazione che “per necessità l’ancoraggio all’Ue stia diventando una scelta obbligata per il grosso del governo”. Tuttavia, restano un fatto incontrovertibile alcune posizioni meloniane come il “no alla cancellazione dell’unanimità nella governance Ue” o il “no al ricorso allo strumento anti-coercizione”, il bazooka commerciale che colpirebbe interessi americani vitali (la cui sola evocazione si dice abbia fatto fare marcia indietro a Trump sulla Groenlandia). Posizioni che inducono Bruxelles e molte cancellerie continentali a considerare inaffidabile, o non pienamente affidabile l’Italia. Ragione di più, se davvero Meloni si è incamminata su una strada che la porta lontano da Trump (“la fine delle illusioni”, qualcuno la chiama), per lanciare la proposta Draghi, giovedì prossimo. Una mossa che potrebbe rendere credibile quel giudizio che circola in taluni ambienti, fin qui del tutto azzardato, di una Meloni diventata non solo “moderata” ma “democristiana” o addirittura “degasperiana”.

Mossa in assenza della quale, non resterebbe che a Draghi stesso di farsi avanti. Il che contrasterebbe con la sua indole e la sua storia. Ma non farlo darebbe ragione a Giorgio La Malfa quando dice che se Draghi “dal suo invito all’impegno escludesse sé stesso, il discorso perderebbe ogni interesse”. Anzi, La Malfa va oltre: preoccupato che Draghi sia senza esercito, lo invita a “scendere in campo nelle prossime elezioni politiche” nella certezza che Draghi “darebbe un senso chiaro e netto alla scelta”, che si porrà nel voto con la stessa portata epocale delle elezioni del 1948, “tra chi sta con e per l’Europa e chi è contro”, e nella convinzione che “una larga parte dell’elettorato, compresi molti che non vanno più a votare, darebbe il suo consenso al partito di Draghi”. Certo, da capo del governo, e per di più supportato dal consenso popolare, Draghi avrebbe in Europa tutt’altro peso. Ma io mi accontenterei che manifestasse la disponibilità a guidare, anche “senza esercito”, la nascita della nuova “Alleanza Europea” e, d’intesa con Carney, della nuova “Alleanza Occidentale”. Qualcuno suggerisca al premier canadese di fare una telefonata al suo vecchio amico e collega: “Dear Mario, ….”. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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