Il mondo alla rovescia
2026 ANNO DETERMINANTE. COME ITALIANI E COME EUROPEI CI ASPETTANO DECISIONI EPOCALI
di Enrico Cisnetto - 12 dicembre 2025
Il mondo alla rovescia. Donald Trump vuole la resa dell’Ucraina alla Russia non solo per fare un favore a Vladimir Putin, che ha scelto come interlocutore privilegiato e compagno di merende nel business (pubblico e privato), ma come primo atto di un’azione disgregatrice dell’Europa, declassata da alleato a nemico. Obiettivo che senza la sponda della Casa Bianca il Cremlino, animato da uno spirito neo-sovietico e neo-imperiale, non avrebbe la forza di perseguire fino in fondo. Inutile girarci intorno, questa è l’unica lettura possibile del pazzesco stravolgimento degli equilibri geopolitici planetari che è in corso. E, paradossalmente, è lo stesso presidente americano a certificarlo, senza alcun infingimento: se i suoi atti, i suoi comportamenti e le sue posture non fossero sufficienti – ma lo sono – basta leggere la doppia versione della “Strategia di Sicurezza Nazionale” (quella più lunga, emersa in un secondo tempo, è ancor più esplicita di quella short, già agghiacciante) e vedere l’intervista rilasciata a Politico. E se proprio non basta, aggiungeteci i deliri di Elon Musk (“l’Ue è il quarto Reich”), il lavoro sporco di J.D. Vance (da lui il sostegno politico e pratico alle forze sovraniste e ai movimenti reazionari continentali), e non mancate di considerare, come suggerisce Christian Rocca su Linkiesta, l’incredibile discorso di Pete Hegseth, il ciarlatano televisivo messo da Trump a capo del Pentagono, pronunciato in occasione dell’anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941) in cui esalta la politica estera americana isolazionista che portò alla tragedia della base navale Usa nelle Hawaii.
Tutto questo è chiaro ed evidente già da molto tempo. Su TerzaRepubblica, così come nelle tante puntate di War Room dedicate alla politica internazionale, l’ho rappresentato come timore prima che Trump fosse rieletto, l’ho considerata una certezza già dalle prime mosse del suo secondo mandato e l’ho ribadito via via che i fatti confermavano la diagnosi nefasta. Tardare a prenderne atto è stato ed è autolesionista. Ma se fino a ieri le giravolte umorali di The Donald, da un lato potevano indurre gli ingenui a sognare che prima o poi il presidente si sarebbe contraddetto (della serie anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta), e dall’altro fornire un alibi ai furbetti consentendo loro di surfeggiare tra un equivoco e l’altro, ora il tempo delle speranze malriposte, delle illusioni e delle acrobazie verbali, è finito. Game over. Siamo di fronte ad un bivio che impone di scegliere, e a cui non ci si può più sottrarre.
Il 2026, ormai alle porte, sarà dunque un anno decisivo, nel bene e nel male. Sarà il momento della verità. Per l’Ucraina, prima di tutto, al bivio tra una resistenza da riuscire a mantenere viva – e per farlo dovrà fidarsi che il sostegno europeo non venga meno, visto che quello americano l’ha già perso – e una capitolazione che potrà assumere vari gradi di indecenza, ma che pur sempre tale sarà perché è umiliante doversi dichiarare sconfitti quando in fondo in quattro anni di guerra si è perso soltanto il 20% del proprio territorio. Di fronte a questo bivio c’è soprattutto Volodymyr Zelensky. Un uomo che ha saputo reggere con coraggio e dignità un ruolo davvero non invidiabile. Fremo di rabbia quando vedo tanta gentucola, che frignerebbe se qualcuno gli torcesse anche un solo capello, dipingerlo come il comico catapultato sulla scena che ha approfittato della guerra per arraffare il potere (e magari farsi ricco) e tenerselo stretto. Il presidente ucraino ha dei limiti e sicuramente ha commesso degli errori, ma giù il cappello per come ha gestito un paese aggredito ridotto in quelle condizioni da un maledetto aggressore, cui di solito questi critici da salotto indirizzano più o meno esplicitamente le loro simpatie. Ora i putiniani di complemento di casa nostra gli intimano una sera e l’altra pure dagli schermi televisivi di arrendersi perché tanto la Russia ha vinto, e gli suggeriscono di evitare di avere sulla coscienza (loro che non ce l’hanno) altri morti e feriti oltre a quelli che la sua testardaggine nel difendere il territorio e la libertà della sua gente ha già procurato in questi quattro lunghi anni. Spero proprio che di fronte a questo odioso e schifoso ricatto morale Zelensky tenga il punto, e sia aiutato da noi a tenerlo, pur sapendo che la pace andrà pur trovata e che a qualche compromesso (doloroso ma non disdicevole) ci si dovrà giocoforza rendere disponibili.
Ma ecco perché il 2026 sarà il momento della verità anche per l’Europa, rimasta vedova dell’America, al bivio tra prenderne atto e predisporsi ad una nuova vita o attardarsi nell’elaborare il lutto e restare impotente. Decidere se, come e fino a che punto difendere l’Ucraina sarà la cartina di tornasole di tutto il resto. Le resistenze e le vischiosità sono molte: al di là dell’Ungheria, preoccupano la crescita di Afd in Germania, le ripetute crisi politiche in Francia (segnalo che il settimanale Le Point titola il suo ultimo editoriale “Le Pen e Mélenchon, lacchè di Putin. E di Trump”), la minacciosa ipoteca di Nigel Farage su Downing Street, la spaccatura tra governo e presidenza della Repubblica in Polonia, la crisi di governo in Bulgaria. Tuttavia, Anne Applebaum, la celebre giornalista e storica americano-polacca, fa bene a ricordare ai tanti europei distratti o fuorviati dalla controinformazione manovrata (anche questa è guerra ibrida) che “al momento è l’Europa che sta pagando e sostenendo interamente lo sforzo bellico ucraino”. Ma è pur vero che di fronte al disegno Putin-Trump tutto questo non basta più, e che l’integrazione politica e istituzionale continentale diventa non più una libera scelta ma una condizione di sopravvivenza. Da tempo segnalo qui che non ci sono le condizioni perché questo avvenga, nei tempi brevi che la situazione richiede, dentro la struttura della Ue a 27, e che va fatta nascere una nuova entità formata dagli stati continentali che ci stanno (indispensabili Francia e Germania per un verso e Polonia, Finlandia e Svezia per un altro; utili Spagna e Italia) unitamente alla Gran Bretagna e ad altri paesi storicamente appartenenti all’Occidente libero (come Canada, Giappone, Australia). Finora è stato il patto di consultazione chiamato dei Volenterosi, ora deve essere qualcosa di più strutturato per assicurare quella “direzione politica” forte e unitaria che giustamente Bernard Guetta, giornalista e politico francese (è al parlamento europeo eletto con la lista macroniana) reclama e che, sostiene, né la Commissione né il Consiglio europeo possono assicurare. Non si tratta di scavalcare e tantomeno soppiantare gli organismi comunitari, ma di affidare la risposta al duo Putin-Trump, e prepararsi a gestire la Nato senza gli Usa o comunque non più a guida americana, da parte di chi ha ben chiaro il discrimine tra democrazia e autocrazia e ha risolutamente deciso da che parte stare.
È in questo contesto che il 2026 sarà il momento della verità anche per noi italiani, visto che la storia ci inchioderà di fronte al dilemma tra sentirsi convintamente europeisti e quindi trovare una nostra dimensione nell’ambito continentale e di quel che resta dell’Occidente democratico e liberale, oppure imboccare la via senza ritorno del nazionalismo, di fatto mettendoci al servizio del disegno trumpiano (non a caso nella bozza più estesa della Strategia di sicurezza nazionale, l’Italia è indicata con Austria, Ungheria e Polonia tra i paesi europei guidati da governi giudicati affini, con il dichiarato obiettivo di allontanarli dall’Unione europea). In molti mi chiedono di formulare una previsione su quale strada imboccherà l’Italia, spaventati dal dato fornito dal Censis secondo cui il 30% degli italiani è sedotto dalle autocrazie, ritenute “più adatte allo spirito dei tempi”, e la gran parte del restante 70% nutre sentimenti di disillusione verso la democrazia. Difficile dirlo. Ci si può sentire confortati dalla fermezza del presidente della Repubblica, e preoccupati dalle parole quasi all’unisono spese da Salvini (“basta spendere soldi per dare armi all’Ucraina”) e da Conte (“Il governo italiano ha fallito puntando sulla scommessa militare della vittoria dell’Ucraina sulla Russia, ora lasciamo che a condurre i negoziati siano gli Stati Uniti”), cui da un lato fanno eco il cerchiobottismo di Meloni e i balbettii di Tajani, e dall’altro il rumoroso silenzio della Schlein. Probabilmente tutto dipenderà da cosa faranno gli altri paesi europei, perché per il governo Meloni le incertezze e le prudenze continentali sono la migliore garanzia di poter continuare a far finta di fare la pontiera tra le due sponde dell’Atlantico, mentre una svolta costringerebbe lei, ma anche il fronte dell’opposizione, a scegliere da che parte stare, e non è difficile pronosticare che il sistema politico non reggerebbe, producendo una cesura come quella che si ebbe tra il 1992 e il 1994.
Infine, il 2026 sarà decisivo anche per Russia e Stati Uniti. Putin ha bisogno di continuare la guerra per mantenere le leggi liberticide che gli permettono di gestire manu militari il potere, a cominciare dalla disciplina che gli consente di bollare come “agente straniero” chiunque sia contro di lui o non sia sufficientemente allineato. Ma per farlo deve trovare nuove risorse, umane e finanziarie, entrambe già ora scarse, e il consenso – di cui anche una ferrea autocrazia non può fare a meno – comincia a scarseggiare. Ecco perché secondo gli analisti del think tank moscovita Minchenko Consulting, in un report denominato Politburo 2.0, “l’opzione migliore per il Cremlino sarebbe quella di porre fine al conflitto prima delle elezioni parlamentari del settembre 2026”, visto che l’élite presidenziale moscovita viene considerata come una “fortezza assediata” e presentarsi alle elezioni potendo parlare di vittoria militare – per esempio avendo portato a casa tutto il Donbass – e annunciando la fine delle sanzioni occidentali (che hanno fatto molto male, nonostante il regime lo neghi) darebbe al partito Russia Unita una spinta elettorale tale da consentire a Putin di governare per qualche altro anno, così da avere il tempo per scegliere il suo successore. Anche Zar Vlad, dunque, è di fronte ad un bivio, con due opzioni – proseguire o fermare la guerra – entrambe ricche di molti “contro”. Il che lo rende molto più debole e fragile di quanto la propaganda russa (comprensibilmente) e la stupidità occidentale (incomprensibilmente) lo rappresentino.
Ma anche l’America ha in calendario nel 2026 un importante momento elettorale: il 3 novembre sarà chiamata a dare un primo giudizio popolare sulla presidenza Trump con il voto di midterm. E siccome in gioco ci sarà il rinnovo di tutti i seggi della Camera, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli stati della federazione (a partire dai governatori), il responso non sarà solo un’indicazione politica, per quanto molto importante, ma avrà anche conseguenze pratiche. In quel momento potremo cominciare a capire se il ciclo(ne) Trump è destinato a chiudersi entro il 2028 o se si protrarrà oltre (con Vance o addirittura con un terzo mandato di Trump, reso possibile da un clamoroso strappo alla Costituzione), con ciò rendendo verosimilmente permanente, e aggravata, la torsione autocratica in atto. Molti osservatori intravedono la possibilità che le scelte economiche di Trump, a cominciare dalla farneticante politica dei dazi, gli si ritorcano contro come un boomerang. Lo spero, anche se confesso che una sconfitta di Trump la preferirei veder cucinata da milioni di elettori, magari che si sono astenuti un anno fa, spaventati dalle tossine illiberali immesse nella democrazia del loro paese. In tutti i casi, sperare che gli Stati Uniti tornino ad essere il perno dell’Occidente e il naturale alleato dell’Europa, non autorizza nessuno al di qua dell’Atlantico a temporeggiare al motto eduardiano “S’adda aspettà, adda passà ’a nuttata”. Le contromisure vanno prese e subito, se poi la brutta nottata passa, tanto meglio.
Cari lettori, sicurezza e libertà sono un binomio inscindibile, mentre la pace non è un diritto acquisito ma una conquista da rinnovare costantemente, anche dotandosi, senza falsi moralismi, degli adeguati strumenti di deterrenza. E nel mondo alla rovescia in cui le relazioni internazionali non più basate sul diritto e il multilateralismo, bensì sui rapporti di forza, ci stanno costringendo a vivere, l’Europa e le altre parti del pianeta che si sono affidate alla democrazia liberale, sono le uniche realtà che possono garantire e difendere sicurezza, libertà e pace, così come cultura e benessere. Lo faranno nella misura in cui noi, noi cittadini occidentali, ci crederemo e lo vorremo.
Ecco perché il 2026 sarà, nel bene e nel male, un anno decisivo. Esserne consapevoli è il prerequisito fondamentale perché si riveli positivo. Perciò, nel formularvi i migliori auguri per le festività ormai incombenti, e nel darvi appuntamento a gennaio, mi permetto di chiedervi di prendere un piccolo impegno: a Natale e a Capodanno, dedicate qualche momento ad accrescere il vostro grado di consapevolezza e a riflettere su come diffonderla. La posta in gioco è troppo alta. Buon 2026!! (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
